Quegli “… ottusi servitorelli …” (I Parte)

Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro?
Il “dossier” dimenticato di Renzo Rota 
 
(by Sextus Empiricus )

Gli “ottusi servitorelli ronzano nella mente di Sextus da tempo immemore. Ne parlammo ampiamente tra noi già la primavera dello scorso anno ripromettendoci di pubblicare qualcosa in occasione del trentennale del sequestro ed uccisione di Aldo Moro. Ne è uscito un corposo ed accurato saggio, che vuole essere una dissertazione completa sul “dossier” di Renzo Rota e magari diventare una base di partenza per nuove e più approfondite ricerche. Il “dossier” di Rota è stato forse con troppa leggerezza sottovalutato anche se l’immediatezza e la freschezza della sua prima stesura, avvenuta subito dopo la pubblicazione del comunicato n. 2 delle Brigate Rosse, tra il 27 e il 29 marzo 1978, avrebbero dovuto suscitare maggiore interesse ed attenzione.
Sul caso Moro si sono scritti migliaia di articoli e centinaia di volumi, si sono introdotte decine di teorie. Noi crediamo che le testimonianze a caldo, così come le prime supposizioni, frutto solo di intuizioni scevre da elaborati ragionamenti col senno di poi, debbano essere rivalutate. Non a caso quando avviene un qualunque delitto, la miglior tecnica per scoprire l’esecutore, consiste nel fermare la scena. Bloccare le cose esattamente nel modo in cui si sono disposte durante l’evento delittuoso. Col tempo intervengono perturbazioni che alterano il luogo, spostano gli oggetti, contaminano i reperti. Nel caso Moro ciò è avvenuto sia materialmente (nei minuti successivi l’agguato all’incrocio tra via Fani e via Stresa accorsero infatti centinaia di persone, addetti e non), sia in termini di elaborazione del tragico evento.
Sono infatti intervenute innumerevoli sovrastrutture “ideologiche” ed è iniziata una vera e propria guerra tra “scuole di pensiero”. Sono intervenute una ridda di interpretazioni ognuna delle quali ha sviluppato una propria ipotesi enfatizzando episodi specifici e trascurandone completamente altri. Renzo Rota era uno stimato diplomatico che aveva lavorato per anni in Unione Sovietica e aveva studiato a fondo la pubblicistica e la letteratura politica del PCUS. Quando lesse i primi due comunicati delle BR gli si accese una lampadina. Alcune di quelle parole, di quelle allocuzioni così insolite anche nel linguaggio estremamente ideologizzato del terrorismo nostrano, lui le aveva già sentite e lette… altrove. Tutto quindi in lui era scaturito, quasi naturalmente, da una istintiva intuizione senza altri ragionamenti. Non fu il solo in quei primi giorni a pensare che dietro le italiane BR vi fosse qualche struttura o burattinaio straniero, ma lui lo fece, non da giornalista e nemmeno da “politico”, ma con la precisione ed il rigore dello scienziato. Rota lavorò su questa sua idea con grande passione mettendo a disposizione la sua straordinaria esperienza e realizzando uno studio molto accurato, filologicamente ineccepibile. Nonostante fosse convinto di aver dato un contributo importante, questo suo lavoro venne di fatto del tutto ignorato e ancora oggi persino gli studiosi più preparati sul caso Moro non lo conoscono adeguatamente. Con questa nostra ricerca vogliamo rendere a Renzo Rota, dopo trent’anni, quello che riteniamo sia un giusto, anche se tardivo, meritato riconoscimento. (Cielilimpidi)_______________________________________________________________

I.

Nel mirino del KGB? La pericolosa “expertise” di “filologia politica” del diplomatico Renzo Rota sui comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro.

Il 17 marzo 1981, a tre anni di distanza dall’eccidio di via Fani, dal sequestro e dall’omicidio di Aldo Moro, il diplomatico Renzo Rota inviava al senatore Dante Schietroma, allora presidente della Commissione parlamentare Moro e a tutti i componenti della stessa commissione, un corposo “dossier” di oltre 150 pagine. Il voluminoso incartamento era costituito da quattro allegati riguardanti l’analisi dei comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro.Fin dalle prime righe della lettera di accompagnamento, allegata a questo voluminoso dossier”, Rota riassumeva il clamoroso e sorprendente contenuto di questi “allegati”: 

“Invio a Lei, come a tutti i componenti la Commissione Moro, i documenti allegati.Essi mostrano che la parte centrale – quella ideologica – del primo messaggio delle B.R. [...] e tutto il secondo messaggio, sono stati scritti da un comunista sovietico, e più precisamente, da un “ideologo” del Partito Comunista sovietico.”

Il primo e il secondo “messaggio delle B.R.”, ai quali si riferisce Rota, sono naturalmente i primi due comunicati delle Brigate rosse fatti ritrovare rispettivamente il 18 e il 25 marzo 1978.Non meno sconvolgente e notevolmente drammatico è quanto Rota scriveva nella parte manoscritta di quella stessa lettera:

“È possibile che nonostante il segreto istruttorio, e in perfetta buona fede, la notizia di questa mia “expertise” trapeli non pubblicamente. Per rendere più difficile una rappresaglia del KGB ai danni non tanto miei, quanto soprattutto di mia moglie, prego Lei e l’On. Commissione che Ella presiede, perché venga emesso un comunicato in cui la Commissione, senza naturalmente pronunciarsi sul merito, renda per intanto pubblica la notizia che le è pervenuto uno studio tendente a dimostrare che la parte centrale del 1º comunicato e tutto il 2º comunicato delle B.R. per Moro sono stati scritti da un sovietico. È necessario che il comunicato-stampa della Commissione renda anche pubblico il mio nome. Ciò potrebbe rendere più difficile una rappresaglia del KGB. Non posso dare io stesso il comunicato alla stampa. Se lo facessi, dovrei accusare direttamente – come è vero – il KGB del crimine. E, come funzionario dello Stato, non lo posso fare se non è già intervenuta al riguardo una dichiarazione ufficiale”.

Ma chi era Renzo Rota? E che fine hanno fatto i quattro “documenti allegati”, citati nella sua lettera? Quali discussioni hanno suscitato i clamorosi contenuti già delineati in questa lettera di Rota nella sterminata letteratura sul caso Moro che si è andata accumulando nel quarto di secolo trascorso da allora? Conosciamo poche notizie biografiche su Renzo Rota, se non quanto lui stesso riferisce nella lettera sopra citata, ossia che era un diplomatico, ministro plenipotenziario, già primo consigliere dell’ambasciata italiana a Mosca dal 1965 al 1972, con l’incarico di seguire la politica interna sovietica. Ma sono soprattutto le sue sottili, raffinate doti ermeneutiche che si riscontrano nel suo “dossier” a “parlare” per lui. I quattro “documenti allegati”, insieme alla lettera di accompagnamento, giacciono indisturbati (è proprio il caso di dirlo) da un quarto di secolo a questa parte nel volume 2 (pubblicato nel 1983) e nel volume 121 (pubblicato nel 1995) degli atti della Commissione Moro. Poiché questi “documenti” di Rota sono quasi del tutto sconosciuti, e di non immediata reperibilità, forniamo subito, qui di seguito, i riscontri bibliografici pertinenti; nel corso dei prossimi giorni tutta la documentazione si potrà consultare in questo blog.

- lettera di accompagnamento, datata 17 marzo 1981, scritta su carta intestata del “Ministero degli Affari Esteri”, pubblicata per la prima volta, limitatamente alla parte dattiloscritta, nelle “Relazioni di minoranza” della Commissione Moro (vol. 2, 1983, pp. 219-220; e in versione integrale, negli atti della stessa Commissione, vol. 121, 1995, pp. 221-223);

- allegato n. 1 (senza titolo), pubblicato per la prima volta nelle “Relazioni di minoranza” della Commissione Moro (vol. 2, 1983, pp. 221-229; e nel vol. 121, 1995, pp. 224-232); è ciò che qui abbiamo chiamato, per semplicità, “Relazione breve”;

- allegato n. 2 (”Stereotipi del linguaggio comunista sovietico”), pubblicato per la prima volta nelle “Relazioni di minoranza” della Commissione Moro (vol. 2, 1983, pp. 231-366; e nel vol. 121, 1995, pp. 233-368); è ciò che qui abbiamo chiamato, per semplicità, “Relazione lunga”, che precisa ed esemplifica la precedente “Relazione breve”; l’analisi vera e propria è preceduta da una “Prefazione“;

- allegato n. 3 (”Esame del messaggio n. 2 nel quadro dei successivi messaggi”), pubblicato per la prima volta negli atti della Commissione Moro (vol. 121, 1995, pp. 369-373);

- allegato n. 4 (”Dei sovietici hanno ucciso Moro”), pubblicato per la prima volta negli atti della Commissione Moro (vol. 121, 1995, pp. 374-376). Nel testo che segue, oltre ad utilizzare le espressioni la “Relazione breve” e la “Relazione lunga”, impiegheremo anche la terminologia “il dossier Rota”, “l’analisi di Rota”, ecc. intendendo sempre riferirci agli scritti sopra citati.

Un buco nero nella sterminata bibliografia sul caso Moro

Si sarà intuito che il “dossier Rota” ha incontrato una particolare “sfortuna” nella pur sterminata bibliografia che è cresciuta intorno al caso Moro a partire dal 1978. Si cercherebbe invano una qualche discussione, degna di questo nome, del lavoro di Rota tra le varie “scuole” storiografiche che si sono scontrate e continuano a scontarsi intorno ai cosiddetti “misteri” del caso Moro. Quasi tutti gli studiosi del più importante delitto politico della storia dell’Italia repubblicana non citano neppure il nome di Rota, che è il modo più semplice ed efficace per eludere le clamorose conclusioni alle quali portava la sua analisi. Chi accenna al nome di Rota, il più delle volte, si limita a rimandare al giudizio liquidatorio, e non argomentato, avanzato dalla Relazione di maggioranza della Commissione Moro. Un comune lettore avrebbe dovuto aspettare fino al 2003 (ossia fino alla pubblicazione del volume di Vladimiro Satta, “Odissea nel caso Moro”) ossia 20 anni dopo che il “dossier Rota” era stato reso pubblico, per trovare un rimando bibliografico preciso che lo mettesse in grado di reperire quella documentazione.

Il “dossier Rota” si configura pertanto come un vero e proprio “buco nero”, per usare la metafora che troviamo nel sottotitolo di un libro pubblicato nello scorso mese di marzo 2008 (“Il sequestro di verità. I buchi neri del delitto Moro”, Kaos). “Buco nero” che fa parte, a sua volta, di un più esteso “buco nero” del caso Moro, ossia la mancanza di uno studio monografico, sistematico, dei comunicati delle Brigate rosse fatti ritrovare durante i 55 giorni più terribili dell’Italia repubblicana. Per quanto sia ovvio e banale sottolinearlo, due sono state, sono e saranno anche nel futuro, le “fonti” principali per lo studio del caso Moro: vale a dire le lettere e il cosiddetto “Memoriale” di Aldo Moro, da una parte, e i comunicati delle Brigate rosse dall’altro. Ma i comunicati delle Br, per quanto siano stati pubblicati, citati, commentati e chiosati in molti volumi, non hanno ancora trovato una adeguata trattazione. Sono queste alcune delle ragioni che ci hanno spinto a “riesumare” dall’oblio nel quale è stato fino ad ora tenuto, il lavoro di Renzo Rota. Questo scritto intende essere solo un guida e una esortazione alla lettura diretta di uno studio, quello di Rota, che giudichiamo importante e degno di essere conosciuto, indipendentemente dalla valutazione sull’attendibilità delle conclusioni avanzate da Rota stesso. Qui di seguito forniamo alcune indicazioni sul contenuto dei quattro scritti di Rota; nella parte II. abbiamo raccolto un’antologia dei testi che citano in un qualche modo le analisi di Rota; nella parte III. infine forniamo una sintetica cronologia degli eventi che siamo riusciti a identificare intorno al “dossier Rota. 

La “Relazione breve” di Rota del 27-29 marzo 1978

Riteniamo utile fare un passo indietro e ritornare ai primi giorni della primavera insanguinata del 1978 e ripercorrere, in ordine cronologico, il lavoro intrapreso da Renzo Rota.  Il 25 marzo 1978 le Brigate rosse fanno ritrovare il loro comunicato n. 2. Il giorno seguente tutti i giornali italiani riportano il testo integrale di quel comunicato. Quel testo fu letto, più o meno attentamente, forse da milioni di persone. A Roma però c’era un lettore molto particolare, dotato di una mente “preparata”, atta a cogliere ciò che quasi tutti non riuscivano a “vedere”, anche se stava davanti ai loro occhi. Era il diplomatico Renzo Rota, allora, e anche oggi, ai più del tutto sconosciuto. Come sappiamo dalla lettera del 17 marzo 1981, Rota si mise subito al lavoro e nei tre giorni successivi (27-29 marzo) elaborò quella che abbiamo chiamato “Relazione breve” (che corrisponde all’allegato n. 1). Quel testo (di 9 pagine), elaborato in condizioni di impellente urgenza, non porta alcun titolo, è strutturato nel modo seguente: è diviso in tre colonne, nella prima (sopratitolata “Dal 2. messaggio delle B.R.”) sono trascritti stralci tratti dal comunicato n. 2 delle Brigate rosse; nella seconda (sopratitolata “Testo russo”), grazie ad una ardita intuizione ermeneutica, Rota propone una “retroversione letterale” in russo del testo italiano che figura nella prima colonna; infine nella terza colonna (sopratitolata “Osservazioni”) sono riportati i commenti e le annotazioni di Rota. Nella sua analisi, Rota segue questo metodo: isola 27 parole, o espressioni o intere frasi, che numera (da 1 a 27) nel corpo del testo della prima colonna (ossia nel testo del comunicato n. 2) che ritiene tra le più significative e “sintomatiche”. Poi, grazie alla “retroversione letterale” in russo di quelle stesse parole, Rota mostra, nel commento della terza colonna, che l’ipotetico estensore sovietico, che non dominava completamente, come un madrelingua, l’italiano, ha proposto delle “espressioni in italiano” che tradiscono appunto una derivazione dal russo. Come gli incredibili “servitorelli” che figurano significativamente al n. 1 nella lista elaborata da Rota, e che abbiamo scelto come titolo di questo scritto. Lasciamo ai volonterosi lettori il gusto di incamminarsi nel labirinto linguistico con la guida sapiente di Rota. Vi troveranno inattese, sorprendenti e sconcertanti annotazioni, che crediamo mai avrebbero immaginato di trovare in quel secondo comunicato, spesso definito (ma troppo frettolosamente, come tanti altri) “delirante”. Una sola segnalazione: si noti, nella seconda pagina di questa “Relazione breve”, la fotocopia di una voce del vocabolario russo-italiano pubblicato dall’ “Enciclpedia sovietica” nel 1972 e l’abile uso che ne fa Rota anche nelle pagine seguenti.Per aiutare la lettura dei testi di Rota, abbiamo predisposto a parte l’elenco delle 27 espressioni appositamente numerate da Rota stesso, alle quali abbiamo aggiunto un’altra ventina di parole (non numerate e che abbiamo indicato con lettere maiuscole, per distinguerle dalle precedenti) ugualmente commentate dal diplomatico italiano. Tra queste espressioni, una ci pare particolarmente “illuminante”: è la coppia di termini “appendici militari” (nella quinta pagina della relazione) dal significato più che enigmatico in italiano (anche nell’italiano delle Brigate rosse che, peculiare fin che si vuole, sempre italiano dovrebbe essere). Tra l’altro questa “strana coppia” di termini compare in un paragrafo del comunicato n. 2 dove troviamo un non meno sconcertante verbo (“trainare”), in connessione proprio con le strane “appendici militari”, che rende quella frase particolarmente ardua da intendere. Che significato ha, infatti, preso alla lettera, il passo seguente, che dovrebbe stare “in piedi” anche senza gli altri due verbi che si trovano dentro la parentesi quadra:  “Sono i paesi più forti della catena e che hanno già collaudato le tecniche più avanzate della controrivoluzione ad assumersi il compito di trainare […] le appendici militari […]”? Ha un significato altamente problematico, per non dire che non ha, in realtà, ALCUN significato. Se si legge la frase completa con i verbi “istruire” e “dirigere” si intuisce, vagamente, che cosa l’estensore intendesse esprimere. Ma quell’estensore dovrebbe essere, secondo la storiografia dominante, unanime almeno su questo punto, un “nativo” italiano, chiunque esso sia, brigatista patentato, o dell’area intellettuale dell’estrema sinistra. È possibile che un italiano abbia scritto “quella” frase (e tante altre similmente “strane”)? Sono domande che riteniamo del tutto legittime. Sono le risposte che fino ad ora sono mancate (e sono trascorsi ormai 30 anni). Per incoraggiare ulteriormente l’impegnativa lettura dei testi di Rota, abbiamo elaborato il testo del comunicato n. 2, colorando in rosso le 27 espressioni numerate da Rota e in blu le altre espressioni non numerate, ma ugualmente commentate dal diplomatico. Ciò al fine di ricontestualizzare tutti i termini e le frasi analizzati da Rota nell’ambito del testo originale del comunicato brigatista. Nella prima colonna di questa “Relazione breve”, infatti, sono trascritti solo frammenti parziali e non nell’ordine di composizione del comunicato n. 2. Ma che destino fu riservato, nel 1978, all’analisi di Rota? Dalla lettera del 17 marzo 1981 sappiamo soltanto che questa “Relazione breve” fu “subito recapitata a chi di dovere”. Dato il velo di riserbo, comprensibile per la carica che Rota ricopriva, alzato dal diplomatico italiano, non conosciamo l’eventuale iter, o l’utilizzo, ammesso che ce ne sia stato uno, che allora fu riservato a quello scritto redatto in modo così tempestivo. Ricordiamo che non erano trascorse neppure due settimane dall’eccidio di via Fani e dal sequestro di Aldo Moro. L’impressione è che questo primo lavoro di Rota sia finito in qualche cassetto più o meno riposto e lì sia rimasto tranquillamente a giacere. La vicenda del “borsista” sovietico Sergey (o Sergeij) Sokolov, che frequentava con una certa assiduità le lezioni universitarie di Moro, informandosi anche sugli uomini della scorta, può forse fornire qualche indizio utile sull’atteggiamento dei nostri apparati di sicurezza nei riguardi dell’infiltrazione proveniente da “oriente” (su questa vicenda si veda più avanti). È ragionevole perciò ritenere che le nove paginette che trattavano questioni apparentemente “esoteriche” di filologia “italo-cirillica”, per quanto acute e raffinate potessero essere, non siano state neppure prese minimamente in considerazione “da chi di dovere”.  

La “Relazione lunga” di Rota (primavera 1978 – primavera 1981)

In un periodo imprecisato, tra la primavera del 1978 e quella del 1981, o forse dopo l’istituzione della Commissione parlamentare sul caso Moro (alla fine di novembre 1979), probabilmente proprio per mettere a disposizione della stessa Commissione le sue competenze, Rota rimise mano alla sua analisi dei comunicati delle Brigate rosse. Nel corso di una sola settimana predispone un nuovo rapporto ben più voluminoso (ben 136 pagine) rispetto alle 9 pagine del marzo 1978. È l’allegato n. 2, che Rota intitolò “Stereotipi del linguaggio comunista sovietico”, e che qui, per semplicità, abbiamo chiamato la “Relazione lunga”.  Il contenuto di questo lungo scritto è riassunto da Rota stesso nella solita lettera del 17 marzo 1981: “Esso contiene degli esempi, tratti dalla letteratura sovietica, comprovanti che frasi e parole impiegate nel 2.ndo messaggio delle B.R. sono espressioni cl[a]ssiche dello stile “ufficiale” degli ideologi del partito comunista sovietico”. Il testo vero e proprio di questa “Relazione lunga” è preceduto da una breve “Prefazione” (di tre pagine) che raccomandiamo di leggere attentamente perché mostra compiutamente il metodo di lavoro di Rota, la sua competenza e la sua profonda conoscenza, non solo del linguaggio ideologico sovietico, ma di quell’intero mondo concettuale, e dei suoi “teologi”, scaturito dalla Rivoluzione d’ottobre.  Un paragrafo della seconda pagina della “Prefazione” esemplifica bene, con una efficace metafora, la sostanza dell’interpretazione avanzata da Rota: “A parte le inesattezze di italiano proprie ad una persona di lingua russa, i molteplici stereotipi – caratteristici del linguaggio comunista sovietico – impiegati nel messaggio costituiscono come le impronte digitali dell’estensore: le impronte che egli ha lasciato sul luogo del delitto”. A nostro avviso, gli inarrivabili “ottusi servitorelli”, rappresentano una gigantesca “impronta digitale”, se non addirittura i dinosauri che passeggiano tranquillamente nel giardino di casa di molti studiosi del caso Moro che non hanno però mai ritenuto di dover dare un’occhiata ai loro trattati di “paleontologia linguistica” per vedere se per caso non si dovesse apportare qualche più o meno radicale “revisione” testuale. Nell’ultima sezione della “Prefazione”, Rota elenca le tre pubblicazioni di cui si è servito per documentare l’analisi delle 27 espressioni già individuate e numerate nella precedente “Relazione breve”. Si tratta della “Pravda”, organo ufficiale del defunto PCUS (annate 1976-1979), di “Kommunist”, rivista “teorica” dello stesso PCUS (annate 1967, 1970-1972, 1975, 1977) e di “Politicescoe Samobrasovanie” (“Autodidattica politica”), un’altra rivista comunista sovietica (annata 1977). Con questo materiale a disposizione Rota procede poi a configurare, in una nuova versione, le 27 espressioni già individuate in precedenza. L’esempio dell’espressione n. 1, ossia gli “ottusi servitorelli”, ci servirà come campione per illustrare tutto il resto della struttura di questa “Relazione lunga”. Nella parte superiore della pagina, a fianco della dicitura “Testo B.R.”, Rota trascrive alcune righe del testo italiano del comunicato n. 2 delle Brigate rosse che comprendono l’espressione numerata in oggetto, e che viene sottolineata. In questo caso il testo è il seguente:  “… gli strateghi della controrivoluzione e i loro ottusi servitorelli…”. Sotto al testo italiano, a fianco della dicitura “lingua sovietica”, Rota riporta la “retroversione letterale” (come lui stesso la chiama) in russo del testo italiano. Il testo in russo è manoscritto. Sotto a questa doppia intestazione, Rota procede con i suoi commenti. In questo caso scrive: “Il termine “[testo in russo]” (prislusniki) non ha una traduzione letterale in italiano. Fondamentalmente vuol dire “servo”, ma in un significato molto più dispregiativo: è un servo sciocco, e che inoltre striscia, adula, vuol compiacere il padrone. Il vocabolario classico della lingua russa, il Dahl, stampato a Pietroburgo nel 1882 e riprodotto in fotocopia a Mosca nel 1935, riporta a tale riguardo la frase di Griboiedov: ‘potrei servire come uno schiavo, ma mi fa schifo di essere un «prislusnik»’. La frase ‘la controrivoluzione (o la reazione, la borghesia oppure l’imperialismo: i termini sono intercambiabili nella fraseologia sovietica) e i suoi «prislusniki»’ è un classico del linguaggio comunista sovietico”. Rota prosegue poi raccogliendo una lunga antologia di citazioni da testi in russo dalle tre testate sopra citate, riprodotti in fotocopia, e seguiti dalla traduzione italiana. Viene costruito in tal modo un paziente, certosino, collage di frammenti testuali che esemplificano, espressione per espressione, tutte le 27 frasi isolate e numerate da Rota. Nel caso degli “ottusi servitorelli” le citazioni proseguono per quattro pagine. Riportiamo qui di seguito solo due degli esempi tratti dalla “Pravda” e da “Kommunist”. “al IX Congresso del Partito comunista tedesco, il membro del Politburo sovietico, Suslov, dice (Pravda, 20.5.76) [segue testo in russo e traduzione in italiano] “Nello sforzo di impedire la diffusione dell’idea marxista-comunista, gli imperialisti e i loro ‘prislusniki’…”. “Sul Kommunist (giugno 1971, n. 9, pag. 57) si legge: [segue testo in russo e traduzione in italiano] “i politici borghesi e i loro ‘prislusniki’ ideologici…”. Continuiamo riportando ancora qualche ulteriore interessante osservazione di Rota: “l’estensore del messaggio delle B.R. ha tradotto l’espressione: l’imperialismo (o la controrivoluzione) e i suoi ‘prislusniki’, con la perifrasi non certo felice in italiano: ottusi servitorelli. Il linguaggio propagandistico sovietico ha – ad un livello di stile più basso di quello di Kommunist o della Pravda – un sinonimo di ‘prislusniki’: ed è ‘lakiei’ che deriva dal francese “laquais” ma che in sovietico ha un significato molto più dispregiativo che nella lingua originale ed è l’esatto corrispettivo ‘prislusnik’. Però ‘lacchè’, in italiano, poteva suonare troppo prezioso, e l’estensore si è ribattuto su un ‘servitorelli’ che, secondo lui, conteneva l’idea dello schifo, del disprezzo. Poi ha voluto mettere anche l’altra sfumatura della imbecillità, della stupidità, e ha scritto ‘ottusi servitorelli’. Ora ‘ottuso’, per dire ‘stupido’, non è molto usato in italiano, ma è la traduzione letterale dell’aggettivo comunemente adoperato in russo ‘tupoi’. Nel suo significato originario ‘tupoi’ si applica ad un coltello che ha perso il filo, esattamente come in italiano ‘fesso’ deriva dall’idea di un vaso che si è incrinato”. 

Gli ultimi due allegati del “dossier Rota”

Nell’allegato n. 3 (“Esame del messaggio n. 2 nel quadro dei successivi messaggi”), di cinque pagine, Rota esamina le relazioni tra i primi due comunicati delle Brigate rosse e i restanti sette. I due paragrafi iniziali di questo scritto ne riassumono con efficacia il contenuto: “Come si è detto, i primi due messaggi delle B.R. dopo il rapimento di Moro sono stati scritti da un sovietico; anzi nel primo messaggio, solo la parte centrale: quella ideologica, è stata scritta da un sovietico, mentre la parte iniziale e quella finale, a carattere descrittivo, sono di mano italiana. Gli ultimi sette messaggi, dei nove complessivi, non solo sono stati scritti da un italiano, ma cercano anche di rimediare, di camuffare – riprendendoli e rielaborandoli – le improprietà linguistiche o i ‘sovietismi’ sfuggiti al redattore dei primi due messaggi”. L’allegato n. 4 (“Dei sovietici hanno ucciso Moro”), di tre pagine, chiude infine il “dossier Rota”. In un passo di questo breve scritto, di tipo più speculativo, Rota scrive:  “I primi due messaggi delle Brigate Rosse furono buttati giù perciò da un sovietico e trasmessi con ponte radio in Italia a quell’uomo, l’unico uomo che deve esistere e che fa da anello di congiunzione tra i servizi sovietici e le ignare Brigate Rosse italiane”. Questa supposizione ha, forse, qualcosa a che fare con la testimonianza di alcuni inquilini di via Gradoli 96, che abitavano sullo stesso pianerottolo dell’interno 11, scala A (dove si trovava un covo Br, frequentato da Mario Moretti, alias ingegner “Borghi”), i quali riferirono di aver sentito nella notte tra il 15 e il 16 marzo 1978 dei “rumori, simili a segnali ‘morse’”? Per concludere un’ultima citazione di natura linguistica tratta dal paragrafo successivo a quello sopra citato: “I primi due messaggi delle Brigate Rosse non sono stati scritti infatti da un italiano, ma da uno che pensava in russo, anzi, in sovietico. Perché c’è una differenza profonda tra la lingua russa e la lingua sovietica: una diversità di intonazione, di uso di aggettivi, di impiego di parole, di ricorrente uso di frasi stereotipate”.(1. Continua) 



3 Responses to “Quegli “… ottusi servitorelli …” (I Parte)”

  1. maria scrive:

    Molto interessante, non vedo l’ora di leggere il resto.
    Mi chiedo se sia la solita sciatteria italiana che ha fatto dimenticare queste note preziose o se tale dimenticanza avesse lo scopo di favorire i buchi neri

  2. Simona scrive:

    Letto tutto d’un fiato.
    Complimenti, anche per l’atmosfera.

    (ho qualche problema a visualizzare i Pdf, potete verificare i link?)

    Gabriele: è vero c’è qualche problema e stiamo ricaricando tutti i documenti…

  3. Giovanni Cesaretti scrive:

    Ho letto solo l’allegato 1 del Rota.

    Che dire? A costo di sembrare semplicistico, mi pare l’interpretazione kabbalistica della Bibbia. Tre parole scelte ogni due paragrafi sarebbero le _prove_ che quei due comunicati sono stati scritti da un agente del kgb? Mi pare una roba che sta in piedi solo se si usa cemento a presa rapida. E tanti tondini di ferro.

    Se si applica l’identico metodo a un qualsiasi comunicato di un politico attuale di qualsiasi credo politico (va benissimo pure Paolo Guzzanti, per dire), il risultato sarebbe identico: anche quel comunicato apparirebbe scritto da una spia del KGB. O, se l’analisi venisse compiuta da altro esperto, da un ex torturatore delle SS.

    Insomma, convincente come una quartina di Nostradamus…

Leave a Reply