Bocche cucite. Thomas Kram non risponde al magistrato. L’inchiesta sulla strage di Bologna verso l’archiviazione

Il 1° agosto 2007, al termine del suo articolo-intervista su Thomas Kram e la strage di Bologna pubblicato sul Manifesto, Guido Ambrosino aveva rassicurato i suoi lettori: «Kram non ha nulla in contrario a essere ascoltato su Bologna». Invece, purtroppo, l’auspicio del giornalista è andato tristemente deluso. Infatti, come riportato da un dispaccio dell’Ansa dell’11 giugno 2008, l’ex terrorista tedesco presente a Bologna il 2 agosto 1980 al momento della strage, ha fatto scena muta davanti a Paolo Giovagnoli, sostituto procuratore della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna, titolare del fascicolo contro ignoti aperto a seguito delle scoperte fatte da Gian Paolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa, due dei consulenti della Commissione parlamentare Mitrokhin, e rassegnate in una relazione depositata agli atti della stessa commissione il 23 febbraio 2006. Anche tre ex “brothers in arms” di Kram, pure loro appartenenti all’organizzazione Revolutionäre Zellen (RZ), ossia “Cellule Rivoluzionarie”, hanno optato per la stessa scelta. Tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande inoltrate dalla Procura di Bologna attraverso una commissione rogatoria.

L’unico ad aver risposto alle domande del pubblico ministero italiano – andato espressamente in trasferta a Berlino nell’ambito della commissione rogatoria inoltrata presso le competenti autorità della Repubblica federale di Germania dopo aver appreso che Kram (ai primi di dicembre del 2006) si era costituito dopo 26 anni di irreperibilità, di cui 20 di latitanza e, soprattutto, dopo neanche dieci mesi dal deposito della Relazione scritta da Pelizzaro-Matassa nella quale si metteva a fuoco il ruolo di Kram nel gruppo Carlos e la sua presenza a Bologna il giorno dell’attentato – è stato Rudolph Schindler, alias Jon, del nucleo delle RZ di Berlino, vecchio amico e “collega” di Kram. Schindler si è limitato a raccontare fatti generici e già noti, ossia la divisione delle RZ in due settori: uno interno e attivo nella Germania Ovest e uno internazionale per azioni terroristiche in altri Paesi e in stretti legami con il gruppo Carlos, designato col nome in codice “Separat”: dalla sigla adottata dalla STASI, la polizia politica della Germania dell’Est, per trattare il fascicolo intestato all’organizzazione capeggiata dal venezuelano Ilich Ramirez Sanchez e dal suo vice, il tedesco Johannes Weinrich, alias Steve, anche lui ex dirigente delle RZ. Carlos, sin dai primi anni Settanta, era legato al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP), di George Habbash e Wadi Haddad (alias Abu Hani) per il quale fu responsabile – fino al dicembre del 1975 – della rete militare clandestina attiva in Europa. Weinrich è uno dei tre appartenenti alle RZ che insieme a Kram si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. A Weinrich, nonostante il suo ruolo di spicco nella rete Separat gli inquirenti e i media sembrano riservare scarsissime attenzioni, l’unica agenzia di stampa che ha riportato la notizia  della sua presenza tra gli interrogati liquida il fatto dicendo che tra le persone che si sono avvalse della facoltà di non rispondere c’è «un uomo di nome Weinrich».

Prima di proseguire è opportuno fare un riepilogo delle tappe più importanti della vicenda:

25 e 26 luglio 2005 – Gian Paolo Pelizzaro, giornalista e consulente della Commissione Mitrokhin, nell’ambito delle attività istruttorie a lui delegate dall’Ufficio di presidenza della stessa Commissione, rinviene presso l’archivio della Digos della Questura di Bologna il fascicolo personale intestato al tedesco Thomas Kram, appartenente all’organizzazione terroristica Cellule Rivoluzionarie, all’interno del quale si trovano ampi riscontri non solo dei suoi legami con Christa-Margot Fröhlich (la terrorista tedesca arrestata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino con una valigia contenente esplosivo ad alto potenziale), ma soprattutto le tracce – mai rese note in precedenza – della sua presenza a Bologna (in un albergo del centro città) la notte tra il 1° e il 2 agosto 1980.

17 novembre 2005 – Il Corriere della Sera in un articolo a firma Giovanni Bianconi dà la notizia della riapertura delle indagini sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna, a seguito dei nuovi elementi raccolti da Pelizzaro e da un altro consulente della Commissione Mitrokhin, il magistrato Lorenzo Matassa.

23 novembre 2005 – Il Corriere della Sera pubblica un’intervista al noto terrorista Carlos, il quale, facendo esplicito riferimento alla notizia pubblicata sei giorni prima dal Corriere, rivela che «un compagno tedesco era uscito pochi istanti prima dalla stazione di Bologna quando c’è stata l’esplosione». Nel 2008, si scoprirà che l’intervista era stata pubblicata con pesanti tagli e manipolazioni del testo, in particolare avuto riguardo ai rapporti tra Abu Anzeh Saleh e i nostri servizi segreti e alle responsabilità della destra eversiva.

23 febbraio 2006 – I consulenti della Commissione Mitrokhin Matassa e Pelizzaro depositano al Protocollo della Commissione (prot. 4116) una relazione a firma congiunta intitolata “Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell ‘attentato del 2 agosto 1980″.

7 aprile 2006 – Enzo Raisi, deputato di Alleanza nazionale e componente della Commissione Mitrokhin, deposita alla Procura della Repubblica di Bologna il documento predisposto da Pelizzaro e Matassa con allegati gli atti più significativi relativi alla strage del 2 agosto 1980, acquisiti durante i lavori istruttori della Commissione Mitrokhin.

11 gennaio 2007 – L’agenzia di stampa Ansa riferisce che Thomas Kram, dopo venti anni di latitanza e 26 di irreperibilità, si è costituito alle autorità tedesche il 4 dicembre 2006. Lo stesso giorno, la Procura di Bologna rende noto che intende promuovere una rogatoria internazionale in Germania per ascoltare il terrorista tedesco come persona informata sui fatti del 2 agosto 1980.

1° agosto 2007 – Il Manifesto pubblica una intervista a Thomas Kram a firma Guido Ambrosino e intitolato “L’ultimo depistaggio”. L’articolo fornisce al terrorista tedesco fornisce il suo alibi riguardo alla sua presenza a Bologna il giorno della strage.

11 giugno 2008 – L’agenzia Ansa dà la notizia che nel corso dell’espletamento della commissione rogatoria promossa dalla Procura di Bologna nei confronti delle aurorità della Repubblica federale di Germania Thomas Kram e altri tre appartenenti alle Cellule Rivoluzionarie si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Dunque, scena muta davanti al magistrato italiano. Eppure l’anno scorso il berlinese Thomas Kram era stato alquanto loquace e prodigo di particolari nelle sue dichiarazioni al giornalista del manifesto: «A Milano mi aveva invitato un’austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze». E ancora: «Arrivato a Chiasso il primo agosto “alle ore 12,08 legali”, secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania [sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era infatti sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, l'antiterrorismo della polizia criminale tedesca, che lo riteneva un militante di spicco delle RZ. In un rapporto del BKA sulle RZ, datato 18 luglio 2000 si legge: «Kram è da tempo sospettato di appartenere alle RZ. Secondo Mousli [si tratta di Tarek Mousli, nato il 19 marzo del 1959 a Beirut da padre saudita e madre tedesca, militante di spicco delle RZ poi dissociatosi dalla lotta armata e divenuto uno dei principali collaboratori di giustizia nelle istruttorie a carico del gruppo dirigente delle "Cellule Rivoluzionarie", nda], dovrebbe essere considerato uno dei capi delle RZ. Dovrebbe aver fatto parte della “frazione internazionale delle RZ” ed è stato impiegato in occasione degli incontri del gruppo Carlos per lo scambio di informazioni e materiale». Il rapporto del BKA sottolineava poi che in quel momento non si sapeva dove si trovasse Kram, ricercato dalle autorità tedesche e formalmente latitante dal 1986.

Proseguiva Kram: «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell’amica, che spiega il motivo del viaggio. L’appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna». All’albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato in effetti il suo arrivo, dopo la mezzanotte del 1° agosto 1980.

E su una cartina stradale di Bologna, Kram ricostruisce con il giornalista del manifesto, il percorso (a suo dire) compiuto la mattina successiva, ovvero quella di sabato 2 agosto 1980: «Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell’Indipendenza. Le sirene tranciavano l’aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave. Non mi avvicinai. Dopo l’esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania».

È bene segnalare che comunque negli hotel di Firenze, non v’è nessuna traccia che attesti la presenza di Kram in quei giorni d’agosto.

A questo punto va ricordato che sia l’intero “alibi” di Kram, sia gli orari che lui stesso trae dal “Documento conclusivo” di minoranza (del 23 marzo 2006) della Commissione Mitrokhin (sui lavori della quale Kram, nell’oblio per oltre 26 anni di cui venti di latitanza, pare essere informatissimo) sono, come da noi dimostrato in alcuni articoli dello scorso anno (1 2), documentalmente falsi e, di fatto, depistanti. Con l’aiuto di una foto area di Bologna si può agevolmente vedere il percorso che Kram dichiara di aver fatto quella mattina:

Il punto 1 è piazza Maggiore, riferimento iniziale dato da Kram per descrivere il suo percorso verso la stazione ferroviaria. In effetti il suo albergo, l’Hotel Centrale (punto 2) è in via della Zecca vicinissimo alla piazza. Via dell’Indipendenza è la strada che partendo dall’angolo in alto a sinistra (guardando la foto) di piazza Maggiore, arriva quasi davanti alla stazione ferroviaria, ma soprattutto arriva a pochi metri dalla stazione delle autocorriere.

Come si comprende chiaramente, Kram per vedere «da lontano» i mezzi di soccorso sul piazzale antistante la stazione, doveva essere per forza in fondo a via dell’Indipendenza, ovvero di fronte alla stazione delle autocorriere e cioè proprio laddove si sarebbe, a suo dire, fatto accompagnare in taxi! Un’affermazione insostenibile. Un elemento, questo, di pura falsità che ben dimostra, però, la complessa montatura alla base delle sue affermazioni rilasciate a Guido Ambrosino del manifesto. Impensabile anche perché i taxi più vicini erano quelli del parcheggio davanti alla stazione ed erano coperti dalle macerie e dai detriti, dopo il crollo della sala d’aspetto. Anche due tassisti figurano tra le 85 vittime della strage. Quel sabato mattina, dopo l’esplosione, persino gli autobus scaricarono i passeggeri per prestare soccorso e trasportare i feriti e i morti. I taxi, a Bologna, quel giorno non prestarono normale servizio. Soprattutto a ridosso della stazione e soprattutto per percorsi di pochi metri.

Dall’immagine aerea si nota inoltre che nessuna delle strade che dal centro della città porta verso la stazione permette una visuale “da lontano” del piazzale che di fatto costituisce una rientranza di viale Pietramellara. Dunque, per vedere i mezzi di soccorso, Kram avrebbe dovuto trovarsi praticamente davanti alla stazione delle corriere proprio dove dice di essersi fatto accompagnare in taxi. Che vuol dire tutto questo?

Ancora più chiara è questa foto fatta dalla Scalinata del Pincio a Porta Galliera in fondo a via dell’Indipendenza, che mostra chiaramente che nemmeno dall’alto si può scorgere il piazzale della stazione, ma solo una piccolissima porzione dell’edificio

In questa foto, fatta dalla stessa posizione si vede invece la stazione delle autocorriere, che è chiaramente all’inizio di via dell’Indipendenza

Dopo la pubblicazione degli articoli dello scorso anno, siamo riusciti ad entrare in possesso di una copia delle pagine dell’orario ufficiale delle Ferrovie dello Stato dell’estate 1980, relative al treno che ha trasportato Kram da Karlsruhe fino al confine italiano: si tratta del treno n° 201 “Holland Italien Express” e quelle relative al diretto n° 307 che, dopo il controllo della Polizia di frontiera, lo portò fino a Milano. Siamo quindi oggi in grado di ricostruire dettagliatamente gli orari del suo viaggio.

Alle 3,41 della notte tra giovedì 31 luglio e venerdì 1° agosto 1980 Kram sale sul treno n° 201 a Karlsruhe, con un biglietto pagato per Milano, città che dichiara essere la sua destinazione anche alla polizia di frontiera che lo sottoporrà a perquisizione «sotto l’aspetto doganale».

Questo farà sì che le questure lungo la tratta ferroviaria oltre Milano, sapendo noi oggi dallo stesso Kram che la sua destinazione finale era Firenze, non vengano allertate, quindi anche la questura di Bologna non riceverà l’informativa. Va sottolineato che il treno n° 201 proseguiva fino a Roma e fermava anche a Firenze, alle 16.32.

Alle 10,30, come da telex della Polizia di frontiera, Kram arriva a Chiasso, in leggero ritardo rispetto all’orario del treno, che prevedeva una partenza dal versante svizzero alle 10,03 e dal versante italiano alle 10,21. A quell’ora, viene identificato, fatto scendere ["...mi fecero scendere dal treno..."] e perquisito dagli agenti della polizia di frontiera italiana operanti a Chiasso (non in territorio italiano, ma comune del Canton Ticino nella Confederazione Elvetica).

Alle 12,08, dopo la perquisizione, Kram riparte con il diretto n° 307 che arriva a Milano Centrale alle 14 esatte: un’ora e cinquanta minuti dopo l’orario in cui sarebbe arrivato con il treno n° 210, e cioè le 12,10.

In parole povere, Thomas Kram aveva un margine di tempo di ben 8 ore per arrivare a Firenze, dove quindi poteva giungere ben prima della mezzanotte, ora della sua registrazione in albergo a Bologna. La spiegazione che egli dà quindi ad Ambrosino e cioè di essersi fermato a Bologna perché sarebbe arrivato troppo tardi a Firenze non sta in piedi.

Cosa ha fatto Thomas Kram in tutto questo tempo?

Di seguito riportiamo la scansione della parte del “Documento conclusivo” di minoranza della Commissione Mitrokhin (pag. 230), che raffrontato con il testo del telex dimostra che Kram ha costruito il suo “alibi” partendo da un provvidenziale dato falso:

Evidentemente tutti questi fatti, uniti alle tre interpellanze (1 2 3) presentate dall’onorevole Raisi, che hanno fatto venire alla luce come anche, a detta del governo nelle risposte alle interpellanze, la Procura della Repubblica di Bologna si basasse sullo stesso orario (falso) contenuto nel “Documento conclusivo” di minoranza della Commissione Mitrokhin – dato trasmesso al parlamento in risposta a una precedente interpellanza dell’onorevole Ignazio La Russa – hanno fatto perdere a Thomas Kram la sua loquacità e la sua disponibilità ad essere ascoltato dagli inquirenti italiani.

Sta di fatto che tutti i militanti di un’organizzazione terroristica (le RZ le quali, almeno ufficialmente, non hanno mai compiuto atti terroristici nel nostro Paese), così come indicati nella rogatoria in Germania del pm Giovagnoli – hanno concordemente scelto di non rispondere alle domande dell’autorità giudiziaria italiana in merito alla presenza di un loro alto dirigente (Thomas Kram) proprio sul luogo dove la mattina di sabato 2 agosto 1980 esplodeva un ordigno nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna e che provocava la morte di 85 persone e il ferimento di oltre duecento.

Questo consente di trarre già alcune conclusioni, anche se diversi misteri restato ancora da chiarire, come ad esempio la distruzione del fascicolo relativo a Thomas Kram che si trovava presso il posto di frontiera di Ponte Chiasso. Tale distruzione risulta essere avvenuta, secondo quanto spiegato alla Camera dall’ex sottosegretario alla Giustizia Luigi Li Gotti, nel 1997 «in seguito all’entrata in vigore dell’accordo di Schengen», nonostante il fatto che a quella data Thomas Kram risultasse ancora latitante. La XV legislatura si è conclusa senza che l’interpellanza urgente presentata dall’on. Raisi il 18 dicembre 2007 ottenesse risposta dal governo Prodi, ma con ogni probabilità verrà ripresentata nelle prossime settimane.

Pur essendo la distruzione del fascicolo di un sospetto terrorista latitante un fatto di assoluta gravità un assordante silenzio mediatico e politico ha accompagnato questa scoperta, viene da chiedere cosa succederebbe se si scoprisse che è stato distrutto il fascicolo giacente presso un posto di polizia di frontiera di un latitante dell’estrema destra italiana sospettato di essere coinvolto in una delle tante stragi che hanno funestato gli anni di piombo.

Un altro dato certo che emerge è l’incontrovertibilità del già noto legame tra le RZ e il gruppo Carlos: evidenza, questa, che i “professionisti della negazione” di ogni ipotesi alternativa rispetto alle tesi accreditate dalla magistratura di Bologna (e che tuttavia hanno lasciato intatti gli interrogativi fondamentali di questo gravissimo attentato) hanno sempre cercato di smentire.

Rimane avvolta dal mistero anche la presenza a Bologna, il 2 agosto 1980, di Christa-Margot Fröhlich, la terrorista tedesca impiegata dal gruppo Carlos come “corriere” per il trasporto degli esplosivi e legata a doppio filo a Kram tanto da averlo accompagnato clandestinamente – il 27 ottobre 1980 – in Ungheria, per incontrare proprio il capo di Separat nella sua base segreta di Budapest. Nel libro “Im Schatten des Schakals. Carlos und die Wegbereiter des internationalen Terrorismus” (traduzione: Nell’Ombra dello Sciacallo. Carlos e i pionieri del Terrorismo internazionale) scritto  dal giornalista d’inchiesta tedesco Oliver Schröm  e pubblicato nel 2002, si fa riferimento addirittura a un precedente incontro tra Thomas Kram e Carlos nel gennaio 1980 – l’unico mese del soggiorno di Kram durante il quale non risultano comunicazioni a lui riferite  tra i vari organi di polizia dai quali (era sottoposto, infatti, a “riservata vigilanza” fin dai tempi in cui frequentava l’Università di Perugia e cioè dai primi di novembre 1979 ) -, quindi sette mesi prima della strage di Bologna. Questa circostanza è di straordinaria importanza, poichè l’incontro tra Kram e Carlos al quale fa riferimento Schröm nel suo saggio sarebbe avvenuto proprio durante il periodo di presenza di Kram nel nostro paese, giustificato – a suo dire – dalla partecipazione a un corso di studi presso l’Università per stranieri di Perugia.

Il mese successivo (febbraio 1980) Kram si recherà per la prima volta a Bologna.

Il 28 giugno 1982, un cameriere del Jolly Hotel de la Gare, il grande albergo che sorge proprio sul lato opposto della piazzale, a due passi dalla stazione ferroviaria di Bologna, si presenta in Questura per riferire una serie di fatti che lo avevano visto protagonista due anni prima. Il testimone, Rodolfo Bulgini, decide di andare alla polizia dopo aver riconosciuto nella foto di una terrorista tedesca pubblicata dal Resto del Carlino il 22 giugno 1982 e arrestata quattro giorni prima a Roma, la giovane donna da lui conosciuta il 1° agosto del 1980 proprio al Jolly Hotel. La foto del giornale ritraeva la Fröhlich, detta Heidi, cittadina tedesca, con un passato da militante prima nella RAF e poi nelle RZ di Kram e Weinrich, arrestata dalla Guardia di Finanza il 18 giugno 1982 al terminal internazionale dell’aeroporto Leonardo da Vinci poiché trovata in possesso di una valigia carica di esplosivo ad alto potenziale. La Fröhlich, proveniente da Bucarest, era diretta in Francia (avrebbe dovuto raggiungere Parigi in treno, partendo dalla stazione Termini).

Questo il racconto di Bulgini alla Digos di Bologna così come riportato nel “Documento conclusivo” di minoranza della Commissione Mitrokhin: «Venivo colpito dalla fotografia di questa donna in quanto notavo una certa somiglianza tra questa fotografia e una donna che due anni fa circa era stata a mangiare all’Hotel Yolly [sic] e precisamente nel periodo precedente la strage alla stazione di Bologna. Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo hotel [...] La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° Agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...] La donna ritornò all’hotel Yolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate, rammento che la donna era particolarmente euforica [....] cercava con insistenza di conversare con me e mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Yolly quattro anni prima e che aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi figli».

Un altro passaggio estremamente rilevante della deposizione, mancante nel documento sopra citato si trova invece nel “Documento conclusivo” (del 15 marzo 2006) del Presidente della Commissione Mitrokhin (pag. 256, nota 54): «Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage».

Ma gli accertamenti svolti per riscontrare il racconto del cameriere del Jolly Hotel portarono ad un nulla di fatto. L’allora Digos di Bologna, infatti, incorrendo in un grossolano errore, rassegnò al giudice istruttore titolare dell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980 l’esito negativo in ordine ai riscontri sulla versione dei fatti resa da Bulgini. Il 28 giugno 1982, infatti, durante la sua deposizione alla Digos, il cameriere del Jolly raccontò che quella giovane tedesca, nei suoi colloqui tra il 1° e il 2 agosto 1980, gli confidò di aver lavorato «quattro anni prima» (cioè nel 1976) in un locale chiamato “Jocker Jolly”. La polizia, invece, partendo dalla data della deposizione (e cioè dal 28 giugno 1982), anziché dalla data in cui era avvenuto il colloquio tra Bulgini e la presunta Fröhlich e cioè l’agosto 1980, cercò tracce della tedesca nel night-club collegato al Jolly Hotel nel 1978, scoprendo che il locale era stato chiuso due anni prima (e cioè nel dicembre del 1976).

Dal pari, nessuna indagine è stata svolta sulla valigia della donna tedesca di cui parla Bulgini e secondo il quale – da quanto emerge nella sua versione dei fatti – sarebbe stata portata in stazione il giorno prima dell’attentato, presumibilmente al deposito bagagli.

Da quanto risulta, i registri del Jolly Hotel de La Gare di Bologna (con sede in piazza XX settembre 2, proprio in fondo a via dell’Indipendenza, di fronte all’autostazione e a pochi passi dalla stazione ferroviaria), registri dai quali si poteva accertare o meno la presenza di Christa-Margot Fröhlich a Bologna il giorno della strage, sono gli unici NON a disposizione della Digos poiché formalmente “trattenuti” dall’autorità giudiziaria.

Tutti quelli degli altri hotel, invece, sono ben conservati nell’archivio dell’antiterrorismo bolognese, compreso il citato registro dell’Albergo Centrale di via della Zecca dove ebbe a soggiornare Thomas Kram la notte tra il 1° e il 2 agosto 1980.

La decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere di Kram e dei suoi quattro compagni apre un nuovo interrogativo: i cinque ex appartenenti alle RZ erano infatti sentiti come persone informate sui fatti nell’ambito di un procedimento penale italiano, che concede questa facoltà solo alle persone indagate o precedentemente indagate in procedimenti connessi archiviati. Né Thomas Kram né i suoi compagni risultano essere indagati in Italia, quindi teoricamente non potevano avvalersi di tale facoltà.

Da alcune informazioni raccolte la cosa sarebbe dovuta al fatto che Kram e gli altri venivano sentiti come persone informate sui fatti ma in realtà l’inchiesta verte su un possibile coinvolgimento di Kram e delle RZ nella strage, circostanza che li rende degli “indagati di fatto”.

Essendo Kram indagato e in attesa di processo per dei reati commessi durante la sua appartenenza alle RZ, il rilascio di dichiarazioni avrebbe potuto aggravare la sua situazione processuale in Germania, da qui la decisione di non rispondere alle domande dei magistrati italiani.

Kram si sarebbe anche detto disponibile a collaborare dopo la fine del suo processo, ma a quel punto probabilmente non ci sarà più nessuna inchiesta aperta in Italia, visto che il fascicolo aperto a Bologna sembra essere destinato a una rapida archiviazione.

(FdQdT, GPP, GP)



10 Responses to “Bocche cucite. Thomas Kram non risponde al magistrato. L’inchiesta sulla strage di Bologna verso l’archiviazione”

  1. Scirocco scrive:

    Beh, un autorevole opinionista, molto noto in questi giorni, spiega appunto al nostro amico:
    “Enrico, l’unica cosa seria della Mitrokhin è la storia di Kram a Bologna, il resto è fuffa.
    ciao, gm”
    http://www.gabrielemastellarini.com/articoli/il-parere-di-paolo-guzzanti#comment-371

    Opinione che coerentemente ricalca quella espressa qualche tempo fa da un altro opinionista di spessore, il Dimitri Buffa insignito all’Ordine del Sacro Manto di Leopardo.

    Non sarà di tale rango, il mio appoggio, e non ha un parere così preciso in merito al resto del lavoro della Commissione.
    Ma insomma accontentatevi.

    Soprattutto, continuate.
    Gp

  2. FdQdT scrive:

    Bentornato Giu, ci sei mancato.

  3. Simona scrive:

    Ma quanti errori di valutazione e quanti documenti e fascicoli decisivi trattenuti o distrutti….

    Noto con dispiacere che la ratio applicata ai coinvolti in indagini “contro ignoti” tutela fin troppo i ben noti, soprattutto nel caso di un crimine della portata di una strage terroristica.
    Se Kram è stato interrogato formalmente in qualità di “ignoto/indagato”, invece che di testimone, perché allora a Berlino la stessa facoltà di non rispondere è stata concessa anche agli altri sentiti? A quanto mi consta, secondo il meteriale probatorio in possesso della Procura di Bologna, per ora gli altri tre possono essere al massimo trattati come persone informate dei fatti.

    Sul contenuto questo articolo mi piacerebbe leggere un commento dell’attivissimo, informatissimo e loquacissimo comitato dei familiari delle vittime.
    S.

  4. Scirocco scrive:

    Mancherò ancora, temo.
    Anzi, è probabile che mancheremo tutti.

    Pare che le notizie su indagini in corso – quelle di questo articolo, ad es – secondo il ddl del Caro Leader saranno rese fuorilegge.

    Arrestateci tutti, dice qualcuno.

  5. Gabriele scrive:

    Cossiga compie 80 anni: Moro?
    Sapevo di averlo condannato a morte
    «La strage di Bologna, fu un incidente della resistenza palestinese»

    Il Corriere della sera

    Presidente Cossiga, auguri per i suoi ottant’anni. Lei è sempre malatissimo, e tende sempre a relativizzare il suo cursus honorum — Viminale, Palazzo Madama, Palazzo Chigi, Quirinale —. Eppure la vita le ha dato longevità e potere. Come se lo spiega?
    «Ma io sono ammalatissimo sul serio! Nove operazioni, di cui cinque gravi, una della durata di sette ore, seguita da tre giorni di terapia intensiva. Ma resisto. Come si dice in sardo: “Pelle mala no moridi”; i cattivi non muoiono. E io buono non sono. Io relativizzo tutto quello che non attiene all’eterno. E poi, come spiego in un libro che uscirà a ottobre, “A carte scoperte”, scritto con Renato Farina, tutte le cariche le ho ricoperte perché in quel momento e per quel posto non c’era nessun altro disponibile. Io uomo di potere? Sempre a ottobre uscirà un altro libro — “Damnatio memoriae in vita” — con tutti gli articoli, lettere e pseudo saggi di insulti e peggio pubblicati durante il mio settennato contro di me da Repubblica ed Espresso ».

    A trent’anni dalla morte di Moro, il consulente che le inviò il Dipartimento di Stato, Steve Pieczenick, ha detto: «Con Cossiga e Andreotti decidemmo di lasciarlo morire». Quell’uomo mente? Ricorda male? Ci fu un fraintendimento tra voi? O a un certo punto eravate rassegnati a non salvare Moro?
    «Quando, con il Pci di Berlinguer, ho optato per la linea della fermezza, ero certo e consapevole che, salvo un miracolo, avevamo condannato Moro a morte. Altri si sono scoperti trattativisti in seguito; la famiglia Moro, poi, se l’è presa solo con me, mai con i comunisti. Il punto è che, a differenza di molti cattolici sociali, convinti che lo Stato sia una sovrastruttura della società civile, io ero e resto convinto che lo Stato sia un valore. Per Moro non era così: la dignità dello Stato, come ha scritto, non valeva l’interesse del suo nipotino Luca».

    Esclude che le Br furono usate da poteri stranieri che volevano Moro morto?
    «Solo la dietrologia, che è la fantasia della Storia, sostiene questo. Tutta questa insistenza sulla “storia criminale” d’Italia è opera non di studiosi, ma di scribacchini. Gente che, non sapendo scrivere di storia e non essendo riusciti a farsi eleggere a nessuna carica, scrivono di dietrologia. Fantasy, appunto ».

    Quale idea si è fatto sulle stragi definite di «Stato», da piazza Fontana a piazza della Loggia? La Dc ha responsabilità dirette? Sapeva almeno qualcosa?
    «Non sapeva nulla e nessuna responsabilità aveva. Molto meno di quelle che il Pci (penso all’”album di famiglia” della Rossanda) aveva per il terrorismo rosso».

    Perché lei è certo dell’innocenza di Mambro e Fioravanti per la strage di Bologna? Dove vanno cercati i veri colpevoli?
    «Lo dico perché di terrorismo me ne intendo. La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della “resistenza palestinese” che, autorizzata dal “lodo Moro” a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista. In un primo tempo, gli imputati vennero assolti. Seguirono le manifestazioni politiche, e le sentenze politiche».

    Scusi, i palestinesi trasportavano l’esplosivo sui treni delle Ferrovie dello Stato?
    «Divenni presidente del Consiglio poco dopo, e fui informato dai carabinieri che le cose erano andate così. Anche le altre versioni che raccolsi collimavano. Se è per questo, i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina: “Quel missile è mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero Pifano”».

    C’è qualcosa ancora da chiarire nel ruolo di Gladio, di cui lei da sottosegretario alla Difesa fu uno dei padri?
    «I padri di Gladio sono stati Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Musco e De Lorenzo, capi del Sifar. Io ero un piccolo amministratore. Anche se mi sono fatto insegnare a Capo Marrangiu a usare il plastico».

    Il plastico?
    «I ragazzi della scuola di Gladio erano piuttosto bravi. Forse oggi non avrei il coraggio, ma posseggo ancora la tecnica per far saltare un portone. Non è difficile: si manipola questa sostanza che pare pongo, la si mette attorno alla struttura portante, quindi la si fa saltare con una miccia o elettricamente… ».

    E’ sicuro che il plastico di Gladio non sia stato usato davvero?
    «Sì, ne sono sicuro. Gli uomini di Gladio erano ex partigiani. Era vietato arruolare monarchici, fascisti o anche solo parenti di fascisti: un ufficiale di complemento fu cacciato dopo il suo matrimonio con la figlia di un dirigente Msi. Quasi tutti erano azionisti, socialisti, lamalfiani. I democristiani erano pochissimi: nel mio partito la diffidenza antiatlantica è sempre stata forte. Del resto, la Santa Sede era ostile all’ingresso dell’Italia nell’Alleanza Atlantica. Contrari furono Dossetti e Gui, che pure sarebbe divenuto ministro della Difesa. Moro fu costretto a calci a entrare in aula per votare sì. E dico a calci non metaforicamente. Quando parlavo del Quirinale con La Malfa, mi diceva: “Io non c’andrò mai. Sono troppo filoatlantico per avere i voti democristiani e comunisti”».

    Qual è secondo lei la vera genesi di Tangentopoli? Fu un complotto per far cadere il vecchio sistema? Ordito da chi? Di Pietro fu demiurgo o pedina? In quali mani?
    «Credo che gli Stati Uniti e la Cia non ne siano stati estranei; così come certo non sono stati estranei alle “disgrazie” di Andreotti e di Craxi. Di Pietro? Quello del prestito di cento milioni restituito all’odore dell’inchiesta ministeriale in una scatola di scarpe? Un burattino esibizionista, naturalmente ».

    La Cia? E in che modo?
    «Attraverso informazioni soffiate alle procure. E attraverso la mafia. Andreotti e Craxi sono stati i più filopalestinesi tra i leader europei. I miliardi di All Iberian furono dirottati da Craxi all’Olp. E questo a Fort Langley non lo dimenticano. In più, gli anni dal ‘92 in avanti sono sotto amministrazioni democratiche: le più interventiste e implacabili».

    Quando incontrò per la prima volta Berlusconi? Che cosa pensa davvero di lui, come uomo e come politico?
    «Era il 1974, io ero da poco ministro. Passeggiavo per Roma con il collega Adolfo Sarti quando incontrai Roberto Gervaso, che ci invitò a cena per conoscere un personaggio interessante. Era lui. Parlò per tutta la sera dei suoi progetti: Milano 2 e Publitalia. Non ho mai votato per Berlusconi, ma da allora siamo stati sempre amici, e sarò testimone al matrimonio di sua figlia Barbara. Certo, poteva fare a meno di far ammazzare Caio Giulio Cesare e Abramo Lincoln…».

    Ci sono accuse più recenti.
    «Non facciamo i moralisti. Il premier britannico Wilson fece nominare contessa da Elisabetta la sua amante e capo di gabinetto. Noi galantuomini stiamo con la Pompadour. Quindi, stiamo con la Carfagna ».

    Lei non è mai stato un grande estimatore di Veltroni. Come le pare si stia muovendo? Resisterà alla guida del Pd, anche dopo le Europee?
    «E che cosa è il Pd? Io mi iscriverei meglio a ReD, il movimento di D’Alema, di cui ho anche disegnato il logo: un punto rosso cerchiato oro. Veltroni è un perfetto doroteo: parla molto, e bene, senza dire nulla. Perderà le Europee, ma resisterà; e l’unica garanzia per i cattolici nel Pd che non vogliono morire socialisti».

    Perché le piace tanto D’Alema?
    «Perché come me per attaccare i manifesti elettorali è andato di giro nottetempo con il secchio di colla di farina a far botte. Perché è un comunista nazionale e democratico, un berlingueriano di ferro, e quindi un quasi affine mio, non della mia bella nipote Bianca Berlinguer che invece è bella, brava e veltroniana. E poi è uno con i coglioni. Antigiustizialista vero, e per questo minacciato dalla magistratura ».

    Cosa pensa dei giovani cattolici del Pd? Chi ha più stoffa tra Franceschini, Fioroni, Follini, Enrico Letta?
    «Sono una generazione sfortunata. Il loro futuro è o con il socialismo o con Pierfurby Casini».

    Come si sta muovendo suo figlio Giuseppe in politica? E’ vero che lei ha un figlio “di destra” e una figlia, Annamaria, “di sinistra”?
    «Li stimo molto entrambi. Tutti e due sono appassionati alla politica come me. Mia figlia è di sinistra, dalemiana di ferro, e si iscriverà a ReD. Mio figlio è un conservatore moderno, da British Conservative Party. Io pencolo più verso mio figlio».

    E’ stato il matrimonio il grande dolore della sua vita?
    «Non amo parlare delle mie cose private. Posso solo dire che la madre dei miei figli era bellissima, intelligentissima, bravissima, molto colta. Che ha educato benissimo i ragazzi. E che io l’ho amata molto».

    Aldo Cazzullo
    08 luglio 2008

  6. Gabriele scrive:

    ADNK (CRO) – 10/07/2008 – 11.49.00
    STRAGE BOLOGNA: RAISI (PDL), MANCUSO VUOLE DELEGITTIMARE COMMISSIONE MITROKHIN
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    ZCZC ADN0310 5 CRO 0 ADN CRO NAZ STRAGE BOLOGNA: RAISI (PDL), MANCUSO VUOLE DELEGITTIMARE COMMISSIONE MITROKHIN = Roma, 10 lug. (Adnkronos) – “Comprendiamo la necessita’ del dottor Mancuso nella difesa del processo sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, che l’ha visto protagonista in qualita’ di Pubblico Ministero. Risultano pero’ sopra le righe i suoi toni, a cominciare dagli attacchi offensivi nei confronti dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il suo tentativo, peraltro maldestro, di delegittimare i lavori della Commissione Mitrokhin, appaiono come un classico esempio di mistificazione della realta’”. E’ quanto dichiara Enzo Raisi (Pdl), gia’ componente della Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il “dossier Mitrokhin”. “Dice infatti Mancuso -prosegue Raisi- ‘e’ da temerari avventurarsi sui risultati di quella commissione, dove sono state compiute delle azioni, con soggetti arrestati e condannati che sono diventati consulenti della Commissione’. Il dottor Mancuso dimentica di fare due precisazioni: in primo luogo solo un consulente ha avuto problemi con la giustizia ( il dottor Scaramella), il quale si e’ occupato solo dei rapporti con il Kgb ed era consulente diretto del Presidente Paolo Guzzanti e non della Commissione. Inoltre, il dottor Mancuso avrebbe dovuto evidenziare che lui stesso e’ stato un consulente della Commissione Mitrokhin, nella quale e’ intervenuto solo pochissine volte, guardacaso solo quando si parlava della strage di Bologna”. “Peraltro, in quelle rare occasioni, non ha neanche fatto una bella figura visto che, non avendo letto attentamente le carte, ha dimostrato spesso di ignorare alcuni nuovi risvolti,come il collegamento fra Kram, Charlos e la Froelich, fatto dimostrato da un documento pervenutoci dalla magistratura ungherese che attesta un incontro avvenuto tra i tre individui solamente due mesi dopo la strage di Bologna. Rimane comunque strano il dato che il dottor Mancuso tenti di denigrare i risultati di una commissione di cui e’ stato consulente, tanto che viene naturale domandarsi perche’ all’epoca non si dimise se, come lui afferma, quella commissione era un luogo in cui si promuovevano depistaggi”. (Sin/Gs/Adnkronos) 10-LUG-08 11:49 NNNN

    ANSA (POL) – 10/07/2008 – 14.54.00
    STRAGE BOLOGNA: RAISI, MANCUSO VUOLE DELEGITTIMARE MITROKHIN
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    ZCZC0333/SXA WPP40212 R POL S0A QBXB STRAGE BOLOGNA: RAISI, MANCUSO VUOLE DELEGITTIMARE MITROKHIN (ANSA) – ROMA, 10 LUG -”Comprendiamo la necessita’ del dottor Mancuso nella difesa del processo sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, che l’ha visto protagonista in qualita’ di Pubblico Ministero. Risultano pero’ sopra le righe i suoi toni, a cominciare dagli attacchi offensivi nei confronti dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il suo tentativo, peraltro maldestro, di delegittimare i lavori della Commissione Mitrokhin, appaiono come un classico esempio di mistificazione della realta”’. E’ quanto dice Enzo Raisi (Pdl), gia’ componente della Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il ”dossier Mitrokhin” attaccando l’ex magistrato che ha indagato sulla strage. ”Dice infatti Mancuso – spiega Raisi in una dichiarzione – ‘e’ da temerari avventurarsi sui risultati di quella commissione, dove sono state compiute delle azioni, con soggetti arrestati e condannati che sono diventati consulenti della Commissione’. Il dottor Mancuso dimentica di fare due precisazioni: in primo luogo solo un consulente ha avuto problemi con la giustizia ( il dottor Scaramella), il quale si e’ occupato solo dei rapporti con il Kgb ed era consulente diretto del Presidente Paolo Guzzanti e non della Commissione. Inoltre, il dottor Mancuso avrebbe dovuto evidenziare che lui stesso e’ stato un consulente della Commissione Mitrokhin, nella quale e’ intervenuto solo pochissine volte, guarda caso solo quando si parlava della strage di Bologna”. ”Peraltro, in quelle rare occasioni, non ha neanche fatto una bella figura visto che, non avendo letto attentamente le carte, ha dimostrato spesso di ignorare alcuni nuovi risvolti,come il collegamento fra Kram, Charlos e la Froelich, fatto dimostrato da un documento pervenutoci dalla magistratura ungherese che attesta un incontro avvenuto tra i tre individui solamente due mesi dopo la strage di Bologna. Rimane comunque strano il dato che il dottor Mancuso tenti di denigrare i risultati di una commissione di cui e’ stato consulente, tanto che viene naturale domandarsi perche’ all’epoca non si dimise se, come lui afferma, quella commissione era un luogo in cui si promuovevano depistaggi”. (ANSA). CP 10-LUG-08 14:53 NNN

  7. Gabriele scrive:

    ANSA (POL) – 14/07/2008 – 12.21.00
    TERRORISMO: COSSIGA, NON RISPONDO A KILLER DEL FLP
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    ZCZC0178/SXA WPP10144 R POL S0A QBXB TERRORISMO: COSSIGA, NON RISPONDO A KILLER DEL FLP (ANSA) – ROMA, 14 LUG – ”Non rispondo ad una banda di terroristi, non combattenti ma volgari killer, che con i suoi assassini indiscriminati di bambini, vecchi, donne e disabili ha macchiato la causa di liberta’ e liberazione del popolo palestinese, anche uccidendo propri compatrioti entro e fuori la striscia di Gaza, in combutta con Hamas e con gli Hezbollah”. Cosi’ il senatore a vita Francesco Cossiga replica al duro attacco a lui rivolto dal Fronte Popolare per la Palestina a causa delle dichiarazioni che ha lanciato durante una sua intervista al giornale italiano ‘Corriere della Sera’, riguardo all’attentato alla stazione di Bologna nel quale furono uccise ottantacinque persone. In un comunicato di cui il corrispondente di ‘Infopal.It’ ha ricevuto una copia, il Fronte smentisce categoricamente le ”accuse” dell’ex-presidente e nega che il segretario generale del Fronte, il dr. George Habash, possa essersi rivolto alle autorita’ italiane per qualsiasi motivo. ”I portavoce dei servizi di polizia, di intelligence e di sicurezza cui ci si e’ rivolti – si legge in una nota dell’ufficio di Cossiga – hanno dichiarato di essere assolutamente all’oscuro di tutto”. (ANSA). COM-FLB 14-LUG-08 12:20 NNN

    AGI (POL) – 14/07/2008 – 12.26.00
    TERRORISMO: COSSIGA, NON RISPONDO A FRONTE POPOLARE PALESTINA
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    ZCZC AGI2209 3 POL 0 R01 / TERRORISMO: COSSIGA, NON RISPONDO A FRONTE POPOLARE PALESTINA = (AGI) – Roma, 14 lug. – “Il Fronte Popolare per la Palestina ha rivolto un duro attacco all’ex-Presidente della Repubblica Italiana Senatore a vita Francesco Cossiga a causa delle dichiarazioni che ha lanciato durante una sua intervista al giornale italiano “Corriere della Sera”, riguardo all’attentato alla stazione di Bologna di ventotto anni fa, nel quale furono uccise ottantacinque persone. In un comunicato di cui il corrispondente di Infopal.It ha ricevuto una copia, il Fronte smentisce categoricamente le “accuse” dell’ex-Presidente e nega che il Segretario Generale del Fronte, il dr. George Habash, possa essersi rivolto alle autorita’ italiane per qualsiasi motivo. I portavoce dei servizi di polizia, di intelligence e di sicurezza cui ci si e’ rivolti hanno dichiarato di essere assolutamente all’oscuro di tutto. Richiesto se intendesse replicare all’attacco, il senatore Francesco Cossiga ha dichiarato: “Non rispondo ad una banda di terroristi, non combattenti ma volgari killer, che con i suoi assassini indiscriminati di bambini, vecchi, donne e disabili ha macchiato la causa di liberta’ e liberazione del popolo palestinese, anche uccidendo propri compatrioti entro e fuori la striscia di Gaza, in combutta con Hamas e con gli Hezbollah”. (AGI) Com 141226 LUG 08 NNNN

    ADNK (POL) – 14/07/2008 – 13.49.00
    M.O.: COSSIGA, NON RISPONDO A FRONTE POPOLARE PALESTINESE
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    ZCZC ADN0535 4 POL 0 ADN POL NAZ M.O.: COSSIGA, NON RISPONDO A FRONTE POPOLARE PALESTINESE = Roma, 14 lug. (Adnkronos) – Il portavoce del Senatore a vita Francesco Cossiga rende noto un comunicato dell’ex-Capo dello Stato secondo il quale ”il Fronte Popolare per la Palestina ha rivolto un duro attacco all’ex-Presidente della Repubblica Italiana Senatore a vita Francesco Cossiga a causa delle dichiarazioni che ha lanciato durante una sua intervista al giornale italiano ‘Corriere della Sera’, riguardo all’attentato alla stazione di Bologna di ventotto anni fa, nel quale furono uccise ottantacinque persone”. ”In un comunicato di cui il corrispondente di Infopal.It ha ricevuto una copia -prosegue la nota- il Fronte smentisce categoricamente le ‘accuse’ dell’ex-Presidente e nega che il Segretario Generale del Fronte, il dr. George Habash, possa essersi rivolto alle autorita’ italiane per qualsiasi motivo. I portavoce dei servizi di polizia, di intelligence e di sicurezza cui ci si e’ rivolti hanno dichiarato di essere assolutamente all’oscuro di tutto”. Richiesto se intendesse replicare all’attacco, il senatore Francesco Cossiga ha dichiarato: ”Non rispondo ad una banda di terroristi, non combattenti ma volgari killer, che con i suoi assassini indiscriminati di bambini, vecchi, donne e disabili ha macchiato la causa di liberta’ e liberazione del popolo palestinese, anche uccidendo propri compatrioti entro e fuori la striscia di Gaza, in combutta con Hamas e con gli Hezbollah.” (Pol/Ct/Adnkronos) 14-LUG-08 13:49 NNNN

  8. Gabriele scrive:

    Di seguito il testo in inglese del comunicato dell’FPLP:

    The Popular Front for the Liberation of Palestine totally rejects the statements of former Italian prime minister and Senator for life, Francesco Cosiga, that were published in the Lebanese newspaper, Al-Safir, on July 9, 2008 in Issue no. 11044.

    Cosiga, speaking with the Italian newspaper “El Courier Delaciera,” falsely accused the PFLP of masterminding an attack on the Bologna train station in northeastern Italy 28 years ago.

    The PFLP stressed in a statement that it had nothing whatsoever to do with that incident, and furthermore denied that Comrade Dr. George Habash, the founder and former General Secretary of the PFLP, had ever addressed the Italian authorities on this matter or any other.

    The Front, furthermore, in denying these false allegations, expressed its strong condemnation of the actions of some Italian politicians in fabricating lies to serve hostile policies against our people. The PFLP noted that this accusation comes at a time when European solidarity with Palestine and the Palestinian cause is increasing among the peoples of Europe.

    The PFLP affirmed that it is proud of its resistance, part of the just and courageous resistance of the Palestinian people, and that this resistance will continue until the total liberation of Palestine, and that no lies and attacks on our people will ever do anything to undermine that pride and commitment to the road of resistance and liberation.

  9. TheargeBresse scrive:

    favorited this one, dude

  10. [...] Ma il delirio di Cossiga confidato a Fioravanti continua su “un’altra lettura. Quella relativa al terrorista al soldo dei palestinesi Carlos, secondo il quale Thomas Kram, uomo del fronte di liberazione della Palestina, era presente il giorno della strage alla stazione di Bologna. Carlos ha detto ai magistrati che l’esplosivo era loro e che la strage non fu un incidente, ma un’azione della Cia e del Mossad che volevano punire gli italiani, perché americani e israeliani sapevano dell’accordo italiano coi palestinesi, che non gli andava giù“. Nel servizio su “Oggi” non è specificato che quell’inchiesta risalente al 2005, è già stata archiviata. [...]

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