di Gian Paolo Pelizzaro, Gabriele Paradisi, François de Quengo de Tonquédec, sextus empiricus
Il 23 febbraio 2006, dopo un lavoro durato oltre tre anni, gli allora consulenti Gian Paolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa depositavano agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana la “Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980″. Il documento prendeva in esame, in particolare, l’antefatto che portò – attraverso alterne e drammatiche vicende – alla ritorsione del 2 agosto 1980 e cioè l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna: la vicenda dei missili di Ortona e la conseguente violazione del patto (cosiddetto “lodo Moro”) con la dirigenza del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP).
Gli elementi contenuti nella “Relazione” hanno dato ulteriore impulso al nuovo filone d’inchiesta sull’attentato del 2 agosto 1980, avviato dalla Procura di Bologna a seguito della interrogazione a risposta scritta 4-16927 del 26 settembre 2005 (1). L’interrogazione, le cui firme vennero raccolte il 18 luglio 2005 fu presentata durante una conferenza stampa svoltasi presso la Sala Stampa della camera dei Deputati di Via della Missione 8, a cui parteciparono gli Onorevoli Vincenzo Fragalà ed Enzo Raisi, il Senatore Lucio Malan, e il consulente della Commissione Mitrokhin Gian Paolo Pelizzaro.
Traffico di armi
Nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979 a Ortona (provincia di Chieti), in seguito ad un ordinario controllo da parte di una pattuglia del Nucleo Operativo e Radiomobile dei Carabinieri, si rinvenivano a bordo di un furgone Peugeot due lanciamissili Sam-7 Strela di fabbricazione sovietica, completi di batterie termiche, di congegni di lancio elettrici e razzi all’interno delle rispettive camere di lancio.
In quella circostanza vennero identificati tre autonomi romani: Daniele Pifano esponente di primo piano dell’Autonomia Operaia e leader del Collettivo dei Volsci e del Collettivo del Policlinico, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri, anch’essi appartenenti al Collettivo del Policlinico. I tre vennero dichiarati in arresto e condotti presso la casa Circondariale di Chieti.
Il 9 novembre 1979 il pubblico ministero della Procura di Chieti dott. Anton Aldo Abrugiati interrogava in carcere i tre arrestati alla presenza dei loro difensori. Pifano, Baumgartner e Nieri si dichiararono innocenti, asserendo che la loro presenza ad Ortona era da collegarsi semplicemente al desiderio di effettuare una vacanza alle Isole Tremiti. Tuttavia le indagini ben presto permisero di scoprire il transito dal porto di Ortona di una motonave, battente bandiera libanese, denominata Sidon. Un componente dell’equipaggio (identificato poi nel trafficante di armi Nabil Kaddoura), il giorno 7 novembre aveva effettuato una conversazione telefonica, della durata di 34 scatti, con un numero intestato ad un utente di Bologna di nome Abu Anzeh Saleh. Cittadino giordano, Saleh risultava essere studente fuori corso presso l’Università di Bologna (precedentemente aveva frequentato l’Università di Perugia).
Dall’esame dei documenti trovati in possesso di Nieri fu ritrovato un appunto con l’annotazione dello stesso numero telefonico intestato a Saleh. Ulteriori accertamenti dimostrarono che il giordano era stato notato ad Ortona la mattina del 8 novembre mentre in compagnia di un altro individuo cercava di far riparare un’auto. In breve si evidenziò come Saleh fosse stato protagonista di un viaggio particolarmente tormentato (nel corso del quale aveva mandato in panne ben due auto) da Bologna ad Ortona dove era giunto però ormai solo alle 8 del mattino del 8 novembre, quando cioè i tre autonomi erano già stati arrestati da oltre sei ore e mezza e la motonave Sidon era ormai lontana.
La premura mostrata da Saleh per giungere ad Ortona, rafforzò i sospetti degli inquirenti sul suo conto; questi ultimi decisero pertanto di perquisire la sua abitazione di Bologna. Tra le cose salienti ritrovate val la pena ricordare due passaporti (uno libanese e uno della Repubblica popolare dello Yemen del Sud), numerosi altri documenti, vari bollettini periodici dell’FPLP, due bandiere e quattro gagliardetti dello stesso Fronte di George Habbash, fotografie, biglietti da visita, appunti, e rubriche telefoniche. In un’agenda del 1977 era contenuta l’indicazione del numero telefonico di Roma di Baumgartner accanto al nome “Giorgio”. Nell’agenda del 1979 mancavano i fogli corrispondenti ai giorni 8 e 9 novembre, ma nella pagina corrispondente al 22 luglio, era testualmente trascritto a mano: P.O. Box 904.
Ora questa casella postale di Bologna, in uso a Saleh, assumerà un significato particolare molti anni dopo. La Commissione parlamentare Mitrokhin infatti, in seguito a rogatoria internazionale, acquisirà il 15 luglio 2005, attraverso la Procura Generale di Ungheria (Divisione Affari Riservati), alcuni documenti dell’Ufficio Sicurezza Nazionale della Repubblica Ungherese (rif. n° 214/845-1/2005) in cui è ricostruito, in sintesi, il quadro delle attività e dei contatti del gruppo Carlos in Ungheria e all’estero. Fra i nominativi delle persone collegate al gruppo Carlos e attive in Italia, figura proprio il nome di Abu Anzeh Saleh, via delle Tovaglie 33, Bologna, tel. 051 682293 (in realtà 582293) e l’indicazione della stessa casella postale: P.O. Box 904. Carlos è il nome di battaglia del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, arrestato il 14 agosto 1994 in Sudan attualmente in carcere in Francia.
Sulla base degli elementi raccolti, il 13 novembre 1979 il pubblico ministero Abrugiati spiccava ordine di cattura nei confronti di Pifano, Baumgartner e Nieri contestando loro i reati di introduzione, detenzione e porto illegale di armi da guerra aggravato. Il giorno successivo il Pm ordinava anche l’arresto, per gli stessi reati, di Saleh (che si trovava già in stato di fermo di polizia giudiziaria) e di Kaddoura (che viceversa era irreperibile).
Ma chi era esattamente Abu Anzeh Saleh?
Cittadino giordano di origini palestinesi era nato ad Amman il 15 agosto 1949. Giunto in Italia nel 1971, aveva frequentato dapprima la facoltà di medicina a Perugia e poi a Bologna. Quindi aveva cambiato facoltà, iscrivendosi a scienze politiche. Studente fuori corso, ufficialmente dichiarava di svolgere attività commerciale in qualità di intermediario. In realtà Saleh era il rappresentante in Italia del Fronte popolare di Habbash, delegato alle attività militari e al rifornimento di armi e, al tempo stesso, era il contatto del gruppo Carlos a Bologna, oltre ad essere agente sotto la copertura del servizio segreto militare italiano. Durante la già citata perquisizione era stata infatti anche ritrovata l’annotazione di un numero telefonico (06 6799421) seguita dal nome Stefano. Il numero corrispondeva a quello della residenza romana di Stefano Giovannone, ossia il colonnello capocentro a Beirut del Sid (dal 1977 del Sismi), e uomo di riferimento di Aldo Moro.
I rapporti di Saleh con Giovannone sono molto stretti e documentati. Il 27 ottobre 1974, il colonnello Giovannone si faceva personalmente garante di Saleh con una nota formale controfirmata dall’allora capo del Sid, ammiraglio Mario Casardi.
Altra testimonianza esplicita quella rilasciata dal generale Giovanni Romeo (Capo del Reparto “D” del Sid poi direttore della 1ª Divisione del Sismi, dal 10 novembre 1975 al 30 giugno 1978), al giudice istruttore Carlo Mastelloni il 7 ottobre 1986 nell’ambito del procedimento penale n. 204/83 contro Abu Ayad ed altri:
«L’Abu Anzeh Saleh è stato dal “D” [Ufficio del Sid] sempre considerato elemento sospetto e pericoloso ma malgrado ripetute espulsioni riusciva sempre a tornare in Italia. Questo è un caso in cui strutture diverse di uno stesso servizio possono scontrarsi ed essere animate da diversi interessi: io gestivo attività repressiva. [...] De Iudicibus con un appunto mi chiese di corrispondere denaro in Italia al giordano Abu, che risiedeva a Bologna, in quanto “d’interesse” di Giovannone. Rifiutai adducendo che trattavasi di sorvegliato di particolare interesse del “D”». (Tribunale di Venezia, vol. IX, fogli 5510-5514)
Qual era il motivo di tanto interesse da parte di Giovannone, quindi del governo italiano, nei confronti di Saleh, dunque nei confronti del Fronte palestinese?
Recentemente, dopo quasi quarant’anni di silenzio assoluto, si è cominciato da più parti ad ammettere e a parlare esplicitamente di un cosiddetto “lodo Moro”, ovvero di un accordo che se da un lato consentiva il transito di armi e terroristi palestinesi sul territorio italiano, dall’altro lo stesso territorio veniva risparmiato da atti terroristici di matrice araba che al tempo, stiamo parlando degli anni settanta, erano molto frequenti in tutt’Europa.
Un altro significativo documento (Informazione Stasi, la polizia politica dell’ex Germania orientale) datato 29 ottobre 1979, acquisito sempre dalla Commissione Mitrokhin proveniente dalla procura ungherese, può essere utile ad inquadrare il patto e dunque i rapporti tra governo/servizi italiani e organizzazioni palestinesi:
«Il Servizio informazioni italiano ha scoperto l’attività di trasporto di missili dall’OLP e i responsabili sono stati arrestati. In seguito a tale evento l’OLP ha dato un ultimatum agli italiani: qualora i membri arrestati non fossero stati liberati, l’organizzazione avrebbe compiuto attentati terroristici in Italia. Per effetto di questo, i Servizi segreti italiani hanno provveduto a rilasciare i membri dell’organizzazione. Da allora i rapporti tra OLP e Servizi italiani sono buoni…».
Poiché la data di questo documento è precedente l’arresto di Saleh, il riferimento è con ogni probabilità relativo alla scoperta, il 5 settembre 1973, in un appartamento di Ostia occupato da cinque arabi, di due missili Strela pronti all’uso. A processo in corso, il 17 dicembre 1973, avvenne l’orrenda strage all’aeroporto di Fiumicino dove morirono 32 persone in seguito all’attacco di un commando palestinese (si veda: Una strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre 1973 e Ancora interrogativi su Fiumicino 1973).
Nel febbraio 1974 tre degli arrestati (gli altri due erano stati quasi subito messi in libertà provvisoria), vennero rilasciati dietro cauzione (ben 60 milioni di lire pagate dai Servizi italiani) e fecero perdere le loro tracce.
Dalla deposizione del generale Federico Marzollo in qualità di testimonio al giudice istruttore Carlo Mastelloni tenutasi il 18 settembre 1986:
«Fu il Capo Servizio che interessò per la cauzione il capitano Lo Stumbo, e ciò dopo che io lo avevo relazionato circa l’esito dei colloqui con il Giudice Istruttore Amato. Sul punto ricordo che il Capo Servizio consegnò al Lo Stumbo una busta chiusa da consegnare al difensore degli arabi arrestati: tanto mi disse lo stesso Lo Stumbo all’esito della consegna. È un fatto che subito dopo gli arabi fruirono della scarcerazione ed erano due [in realtà tre]. Ricordo che nel Carcere di Viterbo fruì di un colloquio con gli arabi arrestati il colonnello Giovannone che si trovava a Roma [...]. Fui io ad accompagnare il Giovannone a Viterbo ed in questo contesto egli mi spiegò che, con i colloqui esperiti, gli arabi dopo la scarcerazione avrebbero riferito ad Arafat che egli si era prodigato per la liberazione. Solo adesso ricordo con certezza che i miei colloqui con Amato avvennero prima della strage di Fiumicino [17 dicembre 1973] e quindi io non mi occupai della scarcerazione successiva avvenuta all’esito della fase dibattimentale nel febbraio 1974. All’uopo fu il Vice-capo servizio generale Terzani che si occupò del rientro concreto dei due [rectius tre] arabi rimasti in carcere dopo l’istruttoria e condannati, per il trasporto dei quali fu impiegato non so quale mezzo e se fu impiegato un aereo, così come era avvenuto per i primi due arabi. In questa circostanza di tempo non mi risulta comunque che il SID avesse a disposizione aerei. [...] I magistrati li ho sempre avvicinati su deleghe di Miceli e Maletti per questi fatti specifici. [...] Direttive per le liberazioni degli arabi arrestati negli episodi che ho menzionato furono date al generale Miceli dal Presidente del Consiglio Rumor e da Moro Ministro degli Esteri. Le direttive generali per quanto riguardava il nostro rapporto con l’OLP partivano dalla persona dell’on.le Moro che era in costante contatto con Giovannone, che tanto mi riferì. Quando veniva a Roma mi disse che si rapportava a Moro dietro autorizzazione del Capo del Servizio»
(Nell’ambito del procedimento penale n. 204/83 contro Abu Ayad ed altri, Tribunale di Venezia, vol. IX, fogli 5388-5389).
Dalla missiva del 30 settembre 1986 dello stesso generale Federico Marzollo al giudice istruttore Carlo Mastelloni quale integrazione e precisazione alla precedente deposizione del medesimo del 18 settembre 1986:
«[...] e – dei cinque arabi arrestati il 5 settembre 1973, perché responsabili dell’introduzione e detenzione dei missili di Ostia, due furono, in sede istruttoria, prosciolti per minori indizi nella partecipazione al caso il 30 ottobre 1973. Furono questi due, per i quali non risulta sia stata pagata cauzione alcuna, che a bordo del DC 3 Argo 16 a disposizione del SID furono condotti a Tripoli. Gli altri tre, rinviati a giudizio per introduzione e trasporto armi da guerra, furono processati il 14 dicembre 1973; il 17 successivo, dibattimento durante, si verificò la strage a Fiumicino e pertanto il processo, per motivi precauzionali, fu rinviato a data da destinarsi. Alla fine del febbraio 1974, i tre, previo pagamento di una cauzione di venti milioni pro capite furono posti in libertà provvisoria. Durante questo periodo furono da me tenuti contatti con i magistrati, già citati nella deposizione a lei rilasciata, e con il giudice Zamparella, giudice istruttore e firmatario del mandato di cattura. I tre arabi, a seguito di ordine impartitomi dal gen. Terzani, furono consegnati, dopo brevissima permanenza in un appartamento del Servizio, da personale del raggruppamento Centri C.S. al col. Giovannone, che provvide a farli rientrare nei loro Paesi».
(Procedimento penale n. 204/83 contro Abu Ayad ed altri, Tribunale di Venezia, vol. IX, fogli 5390-5391).
Indulgenza per i terroristi palestinesi
In quei primi anni ‘70 furono comunque innumerevoli gli inspiegabili episodi di indulgenza applicati nei confronti di terroristi palestinesi arrestati perché trovati in possesso di armi o in procinto di commettere atti criminosi. Tra tutti val la pena ricordare la scarcerazione provvisoria (che ovviamente in men che si dica divenne definitiva con la fuga degli interessati) di due arabi che avevano regalato ad “amiche” inglesi un mangianastri che era esploso in volo su un aereo della El Al appena decollato da Fiumicino senza peraltro fortunatamente farlo precipitare (16 agosto 1972), oppure ancora la scarcerazione dei due arabi a cui era esploso accidentalmente in auto un ordigno ferendoli in Piazza Barberini a Roma (17 giugno 1973) o il rilascio di due arrestati perché trovati in possesso di armi ed esplosivo a Fiumicino (4 aprile 1973).
Dunque Saleh nell’ambito di questo accordo segreto, ricopriva un ruolo fondamentale protetto e coperto dai Servizi per intercessione del colonnello Giovannone. È lo stesso Saleh che ce lo racconta in una singolare intervista pubblicata di recente (marzo 2009) dall’agenzia di informazione Arab Monitor (2):
«Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma».
È dunque evidente in questo contesto come i vertici dell’FPLP (e Carlos per loro) percepiscano nel novembre 1979 l’arresto di Saleh ed il sequestro dei missili di Ortona come la violazione dell’accordo da parte della nostra intelligence. Lo stesso Carlos in una intervista al Corriere della Sera del 23 novembre 2005 affermava, lasciando così intendere la sua profonda conoscenza di quei fatti, il seguente convincimento:
«Quello era solo un trasporto logistico attraverso l’Italia e gli arresti furono una provocazione degli agenti nemici all’interno dei servizi italiani».
Il processo per direttissima contro i tre autonomi italiani, contro Saleh e Kaddoura per i missili di Ortona, si aprì davanti al Tribunale penale di Chieti il 17 dicembre 1979. Nel corso del dibattimento il Comitato Centrale del Fronte popolare di George Habbash, inviò una lettera al presidente del Tribunale di Chieti, dott. Federico Pizzuto, con la quale l’FPLP, rivendicando la liberazione degli imputati e la restituzione delle armi, ricordava al governo italiano il rispetto degli accordi bilaterali (la missiva, in inglese, porta la data del 2 gennaio, ma venne depositata agli atti del processo nell’udienza del 10 gennaio 1980). Eccone il testo secondo la traduzione a cura dei carabinieri eseguita per ordine del Tribunale di Chieti:
«1. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha avuto informazioni dalle agenzie e dalle Autorità italiane che quattro persone sono state arrestate e si trovano sotto processo in Italia, perché due lanciamissili, SA-7 Strela, furono trovati nell’auto di due di loro nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, in Ortona, Chieti, Italia.
2. Riguardo a questo fatto, Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina fa questa dichiarazione ufficiale. In particolare, noi vogliamo informarla che:
2.1. I due lanciamissili trovati nell’auto guidata dal sig. Luciano NIERI e dal dott. Giorgio BAUMGARTNER sono di proprietà del FPLP.
2.2. I due lanciamissili sono inefficienti, perché essi sono rotti. Non c’è mai stata intenzione alcuna da parte nostra di usarli in Italia. I due lanciamissili stavano solo transitando in Italia.
2.3. A causa di un’emergenza, noi abbiamo soltanto richiesto l’aiuto del dott. Giorgio BAUMGARTER, ma noi non dicemmo a questo amico del Popolo Palestinese che si trattava di due lanciamissili; noi gli dicemmo che si trattava di materiale rotto.
2.4. Le Organizzazioni Palestinesi conoscono il dott. BAUMGARTNER perché spesso egli raccoglie medicinali ed altro materiale medico per il Popolo palestinese, dandoci un aiuto umanitario.
2.5. Noi non abbiamo chiesto nulla al sig. Luciano NIERI ed al sig. Daniele PIFANO, e non li conosciamo direttamente. Noi sappiamo dai giornali che essi sono della stessa organizzazione politica del dott. BAUMGARTNER; è possibile che abbiano aiutato il dott. BAUMGARTNER a raccogliere medicinali per il Popolo Palestinese durante gli anni passati.
2.6. L’aiuto richiesto al dott. BAUMGARTNER in questo caso, consisteva esclusivamente nel prelevare una cassa lungo il tratto finale dell’autostrada Roma-Pescara, e di portarla ad Ortona, dove un Palestinese, con una lettera, stava arrivando per riceverla.
2.7. Il Palestinese che chiamò al telefono il dott. BAUMGARTNER per chiedergli questo favore, è già noto al Popolo Italiano perché ha organizzato in Italia durante gli anni passati raccolte di medicinali per il Popolo palestinese. Nella presente occasione, egli spiegò al dott. BAUMGARTNER che le macchine che stavano trasportando la cassa con il materiale si danneggiò durante il viaggio lungo l’autostrada, che il dott. BAUMGARTNER fu il primo amico rintracciato al fine di aiutarlo a portare la cassa per una piccola parte del viaggio.
2.8. Il sig. SALEH Abu Anzei [L'errore sul nome del Saleh è nel testo inglese ed è stato riportato anche in traduzione] non è la persona preposta a ricevere i lanciamissili ad Ortona. La nave Sidon non ha niente a che fare con questa faccenda e lo stesso vale per l’equipaggio di questa nave.
2.9 Durante i primi giorni dopo l’arresto del dott. BAUMGARTNER, del sig. NIERI, del sig. PIFANO e del sig. SALEH, noi fummo contattati dall’Ambasciata italiana in Libano a cui spiegammo immediatamente tutti gli aspetti succitati. Noi richiedemmo che queste informazioni fossero trasmesse al Governo Italiano. Alcuni giorni dopo, l’Ambasciata Italiana ci dette conferma che il Governo Italiano era stato informato in modo esatto e completo [Questo cenno al fatto che l'Ambasciata italiana a Beirut fosse a conoscenza della vicenda, mentre non era vero, comportò un incidente tra l'ambasciatore Stefano D'Andrea e Giovannone].
Desideriamo confermare che noi siamo e vogliamo restare amici del Popolo Italiano.
Il Comitato Centrale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina»
Sempre nel corso del dibattimento (all’udienza del 16 gennaio), venne formalizzata dai difensori degli imputati la richiesta di audizione di un numero rilevante di testimoni, anche a seguito della lettera di Habbash e della successiva intervista di Rita Porena a Bassam Abu Sharif sul quotidiano Paese Sera del 12 gennaio 1980, in cui l’alto dirigente dell’FPLP rilanciava, con forza, le richieste e le minacce del Fronte al governo italiano (questo argomento sarà compiutamente sviluppato nella seconda puntata di questa inchiesta). I testimoni di cui si chiedeva convocazione erano: Francesco Cossiga (presidente del Consiglio, in merito al comunicato ufficiale della presidenza del Consiglio dei ministri e se quando e in quali termini il Governo venne informato dai servizi di sicurezza circa i missili di Ortona), Vito Miceli (ex capo del Sid), il colonnello Stefano Giovannone (capo centro del Sismi a Beirut), Rita Porena (giornalista di Paese Sera), Liliana Madeo (giornalista de La Stampa), Pino Buongiorno (giornalista di Panorama), Mario Scialoja (giornalista de L’Espresso), Bassam Abu Sharif (rappresentante dell’FPLP che aveva rilasciato l’intervista a Rita Porena), Stefano D’Andrea (ambasciatore italiano a Beirut), e Giuseppe Santovito (in qualità di direttore del SISMI). Le istanze dei difensori vennero rigettate dal Tribunale.
Il tentativo dei legali della difesa mirava a dimostrare l’esistenza di un accordo segreto tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina relativo al transito di armi sul territorio italiano. La prova dell’esistenza di un accordo avrebbe potuto portare, secondo i patrocinatori, alla non punibilità per i loro assistiti.
La questione era stata portata anche all’attenzione del Parlamento attraverso un’interpellanza (n° 2-00290 del 10 gennaio 1980) (3) a firma di numerosi deputati del Partito radicale.
La presidenza del Consiglio dei ministri rispose con una nota ufficiale, datata 12 gennaio 1980, avente numero 36100/111-1-”P”, contenuta in atto di trasmissione al Tribunale penale di Chieti del 14 gennaio 1980, che testualmente afferma:
«In relazione alla lettera prodotta ieri nella udienza del processo in corso davanti al Tribunale di Chieti e alle conseguenti notizie diffuse, l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica:
nessun accordo è mai intervenuto tra il Governo italiano od organi ordinari o speciali dell’Amministrazione dello Stato ed organizzazioni palestinesi circa il deposito, il trasporto, il transito, l’importazione, la esportazione o la detenzione in qualsiasi forma o per qualsiasi fine di armi di qualunque tipo nel territorio italiano da parte o per conto di organizzazioni palestinesi.
Il Governo italiano non intrattiene rapporti con il gruppo palestinese denominato FPLP.
Nell’espletamento dei loro compiti i servizi di informazione e di sicurezza – che si erano particolarmente attivati in relazione al ritrovamento in Ortona da parte di organi di polizia dei sistemi missilistici in possesso di elementi appartenenti all’organizzazione denominata Autonomia – hanno acquisito, successivamente ai fatti, nelle forme e nei modi loro propri, elementi informativi, risultanti anche da dichiarazioni di parte, secondo i quali i missili sarebbero di proprietà del FPLP, organizzazione diversa e distinta dall’OLP, e sarebbero stati affidati ad elementi dell’organizzazione di Autonomia per il transito in Italia.
Parte delle informazioni raccolte coincidono con il contenuto della lettera inviata dal Comitato Centrale del FPLP al Presidente del Tribunale di Chieti che procede per i noti fatti; altre vi contraddicono totalmente.
In particolare, sono stati raccolti anche elementi informativi in base ai quali i missili sarebbero stati importati con destinazione Italia, o altri Paesi occidentali.
Nessuna prova oggettiva è stata acquisita da parte dei Servizi sulla fondatezza del complesso degli elementi raccolti; detti Servizi, come è noto, ai sensi delle leggi in vigore, non sono organi di polizia giudiziaria ed hanno compiti ed attribuzioni ben distinti da quelli assegnati a quest’ultima.
Peraltro, gli elementi informativi raccolti sono stati trasmessi agli organi di polizia, per quanto di rilevanza per le indagini di polizia giudiziaria. I Servizi di informazione e sicurezza continueranno nella loro attività informativa in materia, al fine di accertare il ruolo di gruppi eversivi italiani in collegamento con organizzazioni straniere».
In realtà, la nota di Palazzo Chigi era frutto di due giorni di febbrili consultazioni che si erano succedute alla comunicazione del proclama del Fronte popolare da parte del deputato Mauro Mellini. Ma anche prima di questa data (10 gennaio 1980) la questione della liberazione del giordano Saleh era stata al centro delle consultazioni tra i più alti esponenti del Governo e i vertici del nostro servizio segreto militare.
La posizione dei vertici del SISMI
In un appunto “urgentissimo” a firma del colonnello Armando Sportelli, all’epoca dei fatti capo della 2ª Divisione (”R” ricerca all’estero) del Sismi, datato 18 dicembre 1979 ed indirizzato al direttore del Servizio (l’oggetto è estremamente chiaro: “Sistema d’arma SA-7″), si elencano una serie di circostanze da sottoporre al presidente del Consiglio dei ministri.
Nell’appunto si evidenziava, infatti, che Taysir Qubaa, uno dei massimi dirigenti dell’FPLP (che era legato da sempre a Saleh), aveva fornito una serie di informazioni sull’indagine relativa ai missili terra-aria rinvenuti nella disponibilità di Saleh e compagni:
Il Tribunale di Chieti preso atto della risposta del governo, con ordinanza del 22 gennaio 1980, rigettava tutte le richieste delle difese in ragione della natura del rito direttissimo e tre giorni dopo, il 25 gennaio 1980, condannava tutti gli imputati a sette anni di reclusione per i reati di porto e detenzione d’arma da guerra escludendo però il reato di introduzione clandestina in relazione al quale assolveva con formula dubitativa.
Tutti gli imputati furono sottoposti alla misura custodiale o meglio, come allora era definita, carcerazione preventiva. L’imputato Saleh resterà in questo status libertatis fino al 14 agosto 1981, giorno in cui venne scarcerato con ordinanza della Corte di Appello dell’Aquila a seguito di pronuncia della Corte di Cassazione (Sezione feriale penale) dell’8 agosto 1981, in accoglimento del ricorso presentato dal difensore del giordano, avvocato Edmondo Zappacosta del Foro di Roma (4).
Rotta di collisione
Il 2 luglio 1980 (un mese esatto prima della strage alla stazione di Bologna) davanti al Tribunale dell’Aquila, ha inizio il processo d’appello contro Saleh e gli autonomi. L’orientamento dei magistrati della pubblica accusa è ormai in “rotta di collisione” con le pretese dei vertici dell’FPLP e ciò è dimostrato anche dall’allarme segnalato da un organo assai qualificato come l’UCIGOS (Ufficio Centrale per le Investigazioni e le Operazioni Speciali).
L’11 luglio del 1980, l’allora direttore dell’ufficio, prefetto Gaspare De Francisci, trasmette una nota riservata al direttore del SISDE, generale Giulio Grassini, nella quale si comunicava che la condanna di Abu Anzeh Saleh aveva determinato reazioni assai negative nell’ambiente dell’FPLP e che non veniva escluso che la stessa organizzazione potesse tentare un’azione di ritorsione nei confronti dell’Italia, ovvero altra azione diretta in ogni modo alla liberazione del giordano.
Lo scambio di corrispondenza tra il direttore dell’UCIGOS, Gaspare De Francisci, e il capo dell’intelligence militare, generale Giuseppe Santovito, ebbe a protrarsi fino al 1° agosto 1980, a poche ore dall’attentato di Bologna. Sulle minacce di ritorsione da parte del Fronte popolare di Habbash si concentrano le inquietudini e la preoccupazione dei nostri apparati di sicurezza e in particolar modo del ministero dell’Interno.
Tuttavia, alla luce della grave segnalazione dell’UCIGOS dell’11 luglio 1980, ad oggi nulla risulta delle attività eventualmente disposte dal SISDE, interessato all’epoca nella persona del direttore.
Ciò che sappiamo è che:
E dunque, la situazione non lasciava via di scampo, nonostante gli interventi, a vario livello, da parte della nostra diplomazia parallela che all’epoca faceva capo al colonnello Giovannone e allo stesso direttore del Sismi, generale Santovito. Il tono delle richieste al governo italiano da parte della dirigenza del Fronte popolare era quello di chi detta le regole del gioco.
Le minacce, come si è visto, vennero fatte filtrare ai più alti livelli delle nostre autorità e questo in via riservata e meno pubblica, tanto che un capitano dei servizi di sicurezza si presentò in borghese ai magistrati della Corte d’Appello dell’Aquila, “chiedendo indulgenza per i quattro detenuti, al fine di non provocare rappresaglie sanguinose in Italia” (Testimonianza resa dal procuratore generale della Corte d’Appello dell’Aquila, dott. Vincenzo Basile al prof. Stelio Marchese autore del libro I collegamenti internazionali del terrorismo italiano, Japadre Editore, 1989).
«Alla luce di ciò, è possibile oggi affermare che alcuni ambienti dei nostri servizi di sicurezza avessero ormai chiara la percezione che la pazienza dei capi dell’FPLP fosse al limite e che la data del 2 luglio 1980 (giorno dell’apertura del processo d’appello che rischiava di aggravare la condanna dei quattro imputati) poteva trasformarsi, fatalmente, in una sorta di tempo limite, un dies a quo dal quale cominciava a decorrere il termine di scadenza di un terribile ultimatum.
Mai, nella storia degli ultimi sei anni, vi era stato uno “strappo” così netto tra il governo italiano e le autorità palestinesi.
Mai negli ultimi sei anni, l’Italia aveva assunto una “linea della fermezza” così drastica nei confronti del terrorismo di matrice arabo-palestinese».
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(1)
in data 2 agosto 1980, un violentissimo scoppio nei locali della sala d’aspetto della seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna provocava la morte di 85 persone ed oltre 200 feriti;
lunedì 30 maggio 2005, l’Ansa diramava un dispaccio dal titolo «Strage Bologna: alla Mitrokhin carte su pista Habbash», nel quale, fra l’altro, si dava notizia che «tre settimane prima della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il direttore generale della Pubblica Sicurezza De Francisci informò il direttore del Sisde ed il Questore di Bari dell’intenzione del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) di mettere in atto una “ritorsione nei confronti del nostro Paese” se non fosse stata attenuata la condanna del suo rappresentante in Italia, Abu Anzeh Saleh, condannato ad alcuni anni di carcere per avere trasportato in Italia, unitamente all’allora leader dell’Autonomia Daniele Pifano, due lanciamissili» Strela di fabbricazione sovietica. Nello stesso dispaccio di agenzia si aggiungeva che «l’allarme era arrivato da una fonte qualificata e fatta avere alla Questura di Bologna che l’8 marzo lo inviò al Ministero»;
tale informativa dell’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali) – datata 11 luglio 1980 – è stata acquisita, insieme con altri importanti documenti, agli atti della Commissione di inchiesta sul dossier Mitrokhin, e lo stesso organismo parlamentare sta valutando e analizzando questo materiale nell’ambito delle vicende connesse alla strage del 2 agosto 1980;
il mensile Area nel numero di luglio-agosto 2005, in un articolo dal titolo «Strage di Bologna, a un passo dalla verità», riferisce che l’informativa dell’allora direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, inviata l’11 luglio 1980 al direttore del Sisde, gen. Giulio Grassini ipotizzava, a causa della permanenza in carcere del giordano Abu Anzeh Saleh, per i missili di Ortona, la concreta possibilità che l’organizzazione della quale faceva parte mettesse in atto «una ritorsione» contro il nostro Paese se non fosse stato liberato colui che da anni era a capo della rete militare clandestina in Italia del Fronte popolare di George Habbash;
il 13 novembre 1979, effettivamente, Saleh veniva tratto in arresto a Bologna dai carabinieri nell’ambito delle indagini che avevano portato in carcere, circa una settimana prima, tre militanti dell’Autonomia romana, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri, trovati in possesso di due lanciamissili terra-aria (Sam-7 Strela) di fabbricazione sovietica, pronti per essere imbarcati al porto di Ortona a Mare (Chieti) sulla motonave Sidon diretta in Libano;
sempre il medesimo articolo di Area ricorda che il 2 gennaio 1980 il Fronte popolare di George Habbash inviava una lettera alle autorità italiane (Governo e Tribunale di Chieti) nella quale veniva affermato che l’organizzazione nella quale militava Saleh assumeva la paternità dell’operazione dei missili di Ortona, chiedendo l’immediata scarcerazione del giordano e la restituzione degli Strela. Il comunicato del Fronte popolare si chiudeva con l’affermazione che la questione era stata spiegata all’ambasciata d’Italia a Beirut;
il 12 gennaio 1980, come riportato nel citato articolo, Bassam Abu Sharif portavoce dell’FPLP, ribadiva in una intervista a Paese Sera le condizioni dettate al Governo italiano per uscire dalla crisi dei lanciamissili di Ortona;
nello stesso mese di gennaio del 1980, l’ambasciatore italiano a Beirut, Stefano D’Andrea, a seguito delle affermazioni contenute nella lettera dell’FPLP, secondo la quale la questione degli Strela era stata portata a conoscenza dell’ambasciata d’Italia, emetteva una durissima nota di smentita all’Ansa delle affermazioni rese nel comunicato del Fronte popolare: nota, questa, mai diramata dall’Ansa né ritrovata negli archivi della stesa agenzia;
come afferma il giudice istruttore del Tribunale di Venezia, dott. Carlo Mastelloni, e come riporta lo stesso mensile Area, il giordano Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia dell’FPLP, non solo godeva di una forma di tutela da parte del servizio segreto militare italiano sin dalla metà degli anni Settanta, ma risultava essere l’elemento di collegamento del gruppo Carlos a Bologna;
il mensile Area rende noto che Abu Anzeh Saleh era residente a Bologna sin dalla prima metà degli anni Settanta e che il suo nome era comparso nelle carte sequestrate al gruppo Carlos a Parigi dopo il triplice omicidio di due funzionari della Dst (il ferimento di un terzo poliziotto) e del libanese Michel Moukarbal, capo della resistenza palestinese in Europa, compiuto dallo stesso terrorista venezuelano il 27 giugno 1975 (fatti di Rue Toullier);
come riferito dallo stesso articolo di Area sulla strage di Bologna, a seguito dei fatti di Ortona si determinarono a Beirut le condizioni per un gravissimo e pericolosissimo scontro istituzionale tra il capo centro del Sismi, col. Stefano Giovannone, e l’ambasciatore Stefano D’Andrea;
nel febbraio del 1980 il Cesis con una nota a firma del segretario generale Pelosi informava il Governo che il colonnello Giovannone, capo centro Sismi di Beirut aveva avvertito, in base ad alcuni elementi di conoscenza in suo possesso, che il Fronte popolare di Habbash poteva ugualmente essere indotto ad attuare il sequestro del diplomatico Stefano D’Andrea al fine di recuperare prestigio nell’ambito del terrorismo europeo ed italiano in particolare il prefetto Pelosi sottolineava che il Sismi, «indipendentemente della fondatezza della notizia», aveva espresso l’opportunità che venissero adottate misure idonee «cautelative» a tutela della sicurezza del rappresentante diplomatico, impossibili peraltro da adottare a Beirut, sia a causa dell’«attuale situazione interna di quel Paese», sia per l’assenza di «predisposizione di servizi idonei allo scopo» da parte del personale del servizio segreto militare sul posto;
in tale contesto e immediatamente dopo la strage di Bologna, si recarono in Libano per svolgere un’inchiesta sui gruppi palestinesi e sul traffico di armi due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo, poi scomparsi da Beirut ai primi di settembre del 1980;
così come emerge dall’inchiesta condotta dal giudice istruttore Carlo Mastelloni sul traffico di armi tra Olp e Br, all’indomani dell’arresto di Pifano, Baumgartner, Nieri e Saleh per i missili di Ortona, il col. Giovannone, su ordine dei suoi superiori gerarchici del Sismi, ebbe l’incarico di indagare sulla vicenda. In tale contesto, il capo centro Sismi di Beirut ebbe un incontro con Taysir Quuba del settore Operazioni speciali dell’FPLP, il quale gli riferì che i missili sequestrati agli autonomi erano di loro proprietà, che ne pretendevano la restituzione, che gli autonomi non conoscevano la qualità del materiale trasportato, che i missili erano in uscita dall’Italia in direzione del Medio Oriente e che l’FPLP era disposto a parlare con il Governo italiano per chiarire la vicenda;
l’esito del colloquio tra Giovannone e Quuba venne riassunto in un appunto della Seconda divisione del Sismi e quindi inoltrato al Ministro della Difesa pro tempore, Attilio Ruffini;
le minacce nei confronti dell’Italia formulate dall’FPLP, in seguito al sequestro dei missili Ortona ed al conseguente arresto del giordano Saleh, si andarono a sovrapporre al predetto scontro di potere tra il capo centro Sismi e l’ambasciatore italiano a Beirut proprio nelle settimane che precedettero l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna;
proprio nel 1979, anno della scoperta del traffico dei lanciamissili di Ortona, sempre come riferisce il mensile Area, l’FPLP progettava di utilizzare il gruppo Carlos in azioni terroristiche congiunte in Europa occidentale. Vi sarebbe stata, sul punto, una serie di colloqui tra l’organizzazione Carlos e la dirigenza del Fronte popolare. «Questo dimostra – scrive Area – che in quel periodo vi fu un concreto riavvicinamento tra Carlos e l’FPLP in chiave operativa»;
al gruppo Carlos, secondo quanto pubblicato da Area, è attribuita direttamente o indirettamente una lunga serie di attentati, molti dei quali compiuti al fine di obbligare le autorità di quei Paesi (come la Francia) che hanno tratto in arresto militanti della sua organizzazione, fra cui: 21 febbraio 1981 (attentato all’emittente Radio Free Europe a Berlino), 15 marzo 1982 (attentato al Centro culturale francese di Beirut), 29 marzo 1982 (attentato al treno rapido Parigi-Tolosa «Le Capitole»), 15 aprile 1982 (assassinio di due impiegati dell’ambasciata francese a Beirut), 15 aprile 1982 (attentato all’ambasciata francese e agli uffici dell’Air France a Vienna), 22 aprile 1982 (attentato contro la sede del giornale folo-iracheno Al Watan Al Arabi a Parigi), 3 maggio 1982 (lancio di razzi Rpg contro il consolato francese a Beirut), 25 agosto 1983 (attentato al consolato francese a Berlino ovest), 31 dicembre 1983 (doppio attentato alla stazione Saint Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv), 1o gennaio 1984 (attentato al Centro culturale francese a Tripoli in Libano), 25 gennaio 1984 (attentato agli stabilimenti della Snias vicino Parigi), 23 dicembre 1984 (attentato al treno rapido 904 Firenze-Bologna) e 31 dicembre 1984 (attentato all’ambasciata francese a Bonn);
lo stretto sodalizio tra Carlos e l’FPLP non passò inosservato alla polizia politica della Germania est che da anni teneva sotto sorveglianza i vertici del Gruppo Carlos, nonché gli stessi dirigenti dell’FPLP che avevano contatti con la rete Separat;
come accertato in sede giudiziaria, il 19 settembre 1980 il giornale elvetico Corriere del Ticino pubblicava un’intervista di Rita Porena ad Abu Ayad (alias Salah Khalaf) nella quale il numero due dell’Alfatah, nonché responsabile dei servizi di sicurezza dell’Olp, dichiarava che in alcuni campi in Libano, controllati dalle destre maronite, si sarebbero addestrati neofascisti tedeschi, francesi ed italiani e da questi sarebbe venuto a conoscenza dei progetti di attentato a Bologna. Prendeva così il via la cosiddetta «pista libanese» che, a parere degli stessi giudici di Bologna, ha costituito il prodromo all’attività di depistaggio del Sismi poi sfociata nell’operazione «terrore sui treni», per la quale vennero condannati per calunnia pluriaggravata gli alti funzionari del servizio Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci;
agli atti delle inchieste condotte dalla magistratura di Venezia e di Bologna risulta, inoltre, che la giornalista italiana Rita Porena, autrice dell’intervista a Abu Ayad, è stata almeno fino al 1982 «agente a rendimento» del Sismi (legata a Giovannone), utilizzata dal servizio per tenere i contatti con la dirigenza del Fronte popolare ed in particolar modo con Bassam Abu Sharif (indicato come «contatto privilegiato» della Porena);
Rita Porena risulta essere stata segnalata dalle autorità francesi, sin dal 1975, come elemento collegato al gruppo Carlos e la stessa avrebbe avuto un ruolo nell’organizzazione dell’attentato dinamitardo del 4 agosto 1972 ai danni del deposito di carburanti Siot di Trieste;
la terrorista tedesca Christa Margot Frohlich, appartenente al gruppo Carlos, è stata arrestata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino mentre trasportava una valigia carica di esplosivo, compatibile con quello utilizzato per l’attentato di Bologna e che la stessa Frohlich, durante la sua detenzione in Italia, si è sposata con Sandro Padula, militante della colonna romana delle Brigate rosse condannato all’ergastolo -:
quali iniziative ed attività abbia promosso il Sisde, a seguito della segnalazione dell’Ucigos dell’11 luglio 1980 su possibili «azioni di ritorsione» nei confronti del nostro Paese da parte dell’FPLP a seguito dell’arresto del giordano Abu Anzeh Saleh;
se sia nota al Ministero l’identità della fonte delle informazioni riportate nell’appunto datato 8 marzo 1980, proveniente da Bologna e allegato alla citata segnalazione a firma del prefetto Gaspare De Francisci, direttore dell’Ucigos;
se la segnalazione dell’Ucigos dell’11luglio 1980 sia stata acquisita agli atti dell’inchiesta sulla strage;
se il Sismi, all’epoca dei fatti, ebbe modo di informare le competenti autorità di Governo degli stretti legami che intercorrevano tra i citati Abu Anzeh Saleh, Taysir Quuba, Bassam Abu Sharif, Abu Ayad e Rita Porena e il gruppo Carlos;
se risultino, agli atti del Ministero dell’interno, informative, segnalazioni e corrispondenza tra l’Ucigos e il Sismi su Rita Porena e i suoi rapporti da una parte con l’FPLP e dall’altra con il servizio segreto militare, prima dell’attentato del 2 agosto 1980;
se gli organi di intelligence abbiano mai informato le autorità di Governo delle azioni terroristiche e degli attentati compiuti dal gruppo Carlos finalizzati alla liberazione di quei militanti della sua organizzazione eventualmente tratti in arresto in vari Paesi dell’Europa occidentale;
se gli organi di intelligence abbiano mai informato le autorità di Governo sull’esistenza di una organizzazione terroristica sovranazionale denominata «Separat», riconducibile allo stesso Carlos e sottoposta a stretta sorveglianza da parte del Ministero per la sicurezza dello Stato dell’ex DDR;
se la magistratura sia mai stata informata dell’esistenza della citata rete «Separat» e dei suoi eventuali collegamenti con il terrorismo domestico;
se corrisponda al vero il grave episodio di scontro di poteri tra il capo centro del Sismi a Beirut, col. Giovannone, e lo stesso ambasciatore italiano a Beirut, Stefano D’Andrea e – in caso affermativo – quali ripercussioni ebbero tali tensioni sugli equilibri interni della nostra diplomazia e sui rapporti con l’ala più radicale della resistenza palestinese (FPLP);
in che modo la Presidenza del Consiglio dei ministri venne, di volta in volta (a partire dal sequestro dei missili di Ortona avvenuto il 7 novembre 1979), informata dagli organi di intelligencesull’evolversi della situazione in ordine alla crisi determinatasi con l’arresto del rappresentante italiano dell’FPLP, il giordano residente a Bologna Abu Anzeh Saleh;
se, dopo l’arresto, Abu Anzeh Saleh sia stato sottoposto a particolari regimi detentivi e a determinati spostamenti negli Istituti di Pena e, se vero, le ragioni che determinarono tali spostamenti, nonché i periodi interessati; se corrisponda al vero il fatto che Abu Anzeh Saleh, nonostante la condanna a sette anni di reclusione per i missili di Ortona, sia l’unico degli imputati di quel processo ad essere stato scarcerato un anno dopo l’attentato di Bologna.(4-16927
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(2)
Intervista alla storia: Abu Saleh e i lanciamissili di Ortona
da Arab Monitor
Amman, marzo – Abu Saleh, cittadino giordano, ora imprenditore, nel 1979 viveva in Italia e studiava all’Università di Bologna. Il 7 novembre di trent’anni fa era ad Ortona: doveva imbarcare per il Libano due lanciamissili Strela di fabbricazione sovietica destinati al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, di cui faceva parte.
Abu Saleh si fece aiutare da Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri, i quali, all’oscuro della natura del carico, si prestarono a portare ad Ortona la cassa contenente i lanciamissili. Vennero tutti arrestati e condannati. Da qualche tempo quell’episodio viene periodicamente rievocato in Italia per tentare di collegarlo all’attentato di Bologna del 2 agosto 1980 e cercare di capire che tipo di legami esistessero all’epoca tra gli apparati dei servizi di sicurezza italiani e la resistenza palestinese. Arabmonitor ne ha parlato con lo stesso Abu Saleh.
Si dice che negli anni Settanta-Ottanta ci fosse un’intesa tra le autorità italiane e le organizzazioni palestinesi, perché l’Italia venisse risparmiata da operazioni palestinesi in cambio del libero transito di armi via Italia destinate appunto ai palestinesi.
“Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma”.
Quando ha conosciuto Stefano Giovannone?
“Nel 1974 a Beirut. L’Ambasciata italiana di Beirut non mi aveva dato il visto ed è intervenuto lui. Io ero già in Italia dal 1970. Ero iscritto all’Università di Bologna a scienze politiche. Il primo visto mi fu concesso dall’Ambasciata italiana ad Amman. A Beirut dissero che non era possibile rinnovarlo, perché ero cittadino giordano e dovevo farne richiesta ad Amman, ma noi del Fronte abbandonammo la Giordania dopo il 1970. Quindi non potevo tornare. Allora il Fronte popolare si rivolse a Giovannone, il quale risolse il problema velocemente”.
Che tipo di persona era?
“Mi disse subito al primo incontro “Qualsiasi cosa ti possa servire, anche dei soldi, chiamami. Mi diede anche il suo numero riservato a Roma, perché si alternava tra Beirut e Roma. Quando lo chiamavo a Roma, e non c’era, dovevo lasciar detto: “Ha chiamato Gianni”. Mi richiamava da lì a poco. Nel 1975 alla Questura di Bologna mi comunicarono che non potevano rinnovarmi il foglio di soggiorno, perché il mio passaporto giordano era scaduto. Allora lo chiamai. Sistemò tutto in poche ore. Era sempre molto cordiale, disponibile. Ricordo che in quel periodo, grazie a lui, ricevemmo due borse di studio presso Università italiane per i ragazzi del Fronte popolare. Penso che lui non avesse mai rinunciato in quegli anni all’idea di reclutarmi per i servizi segreti italiani. Non mi spiego altrimenti la frequenza con cui usava ripetermi a non esitare a chiamarlo se mi fossi trovato in difficoltà economiche. Questo, comunque, non avvenne mai. Non mi dimenticherò che per tutto il periodo che sono stato in carcere ha continuato a ripetere ai compagni del Fronte: ‘State tranquilli. Verrà rilasciato. Abbiate fiducia in me. Datemi solo un po’ di tempo’”.
Lei fu contattato da Giovannone durante il rapimento Moro?
“Giovannone mi chiamò a Bologna già all’indomani del sequestro. ‘Puoi venire a Roma?’, mi fece. Gli risposi: ‘Prendo il treno domani’. ‘No, vieni in aereo, oggi’. Mi aspettava già in aeroporto, e ricordo bene il suo discorso. ‘Ti ho chiamato nella speranza che tu possa aiutarmi. Io faccio questo personalmente, perché sono molto amico di Moro. Tu sai quanto Moro abbia a cuore i palestinesi. Ti chiedo di contattare i responsabili del Fronte popolare e domandare se hanno qualche notizia sul rapimento?’. Gli dissi subito che noi non abbiamo nessun legame con le Brigate Rosse e io personalmente non conosco proprio nessuno delle BR, ma che avrei subito contattato Beirut. Da Beirut mi fecero sapere: come Fronte non abbiamo il benché minimo collegamento con le Brigate Rosse”.
Ci può raccontare quello che avvenne a Ortona il 7 novembre 1979?
“C’erano due lanciamissili, giunti in Italia da fuori, che Daniele Pifano e altri nostri amici ritirarono senza sapere cosa contenesse la cassa in cui erano chiusi. A loro fu richiesto di trasportarla a Ortona. Giovannone venne avvisato a Beirut che c’era un carico in transito. Fu l’unico trasporto in cui venni coinvolto. I lanciamissili dovevano essere caricati su una nave libanese a Ortona, diretta in Libano. Sulla stessa nave volevo imbarcare un carico di vestiti, acquistati a Bologna. L’appuntamento con Pifano e gli altri era ad Ortona. Non ci siamo, però, incontrati per una serie di incredibili sfortunate coincidenze. Io ho fatto caricare la mia merce e la nave è partita. Non ho visto arrivare nessuno. Non ho potuto chiamare nessuno. I cellulari allora non esistevano. Sono quindi rientrato a Bologna tranquillo e all’oscuro di quello che fosse successo. Non ho visto nessun motivo per scappare nemmeno dopo aver appreso del loro arresto. Le circostanze le venni a conoscere solo più tardi, in carcere. Loro, arrivando a Ortona, vennero notati in centro da alcuni metronotte, i quali, allarmati, chiamarono i carabinieri, perché proprio quel giorno in città ci fu una rapina in banca e c’era parecchia tensione in giro. Dissero ai carabinieri che erano diretti al mare, volevano prendere un traghetto. Vennero identificati, ma siccome il collegamento con la centrale di Roma era fuori servizio, non riuscirono a capire subito chi fossero. Allora ordinarono a loro di seguirli alla locale stazione e attendere. Dopo alcune ore il collegamento venne ripristinato. I carabinieri scoprirono che avevano a che fare con esponenti dell’Autonomia romana. Il furgone, già controllato in precedenza, venne nuovamente perquisito. Saltò fuori la cassa. Loro dissero che si trattava di cannocchiali che volevano usare durante la gita in mare”.
Lei fu arrestato quando?
“I carabinieri trovarono su uno di loro un foglietto con il mio numero di telefono a Bologna. Se ricordo bene, sei giorni dopo ero in giro per Bologna con degli ospiti sauditi, venuti per acquistare dei mobili. All’uscita da un’agenzia di viaggi, dove abbiamo prenotato il loro volo di ritorno, degli agenti in borghese ci circondarono, chiedendoci i documenti. Dopo il controllo, mi dissero ‘Tu vieni con noi’. I sauditi vennero lasciati subito. Perquisirono la mia abitazione in Via delle Tovaglie 33 e mi dissero ‘Trovati subito un avvocato’. Sotto di me c’era uno studio legale, andai a chiamare uno di loro. Ricordo che i carabinieri presero solo l’agenda telefonica. Al termine, mi caricarono in macchina e venni portato a Chieti al comando dei carabinieri. Mi chiusero in una stanza. Qualche ora dopo si presentò un alto ufficiale. Non mi disse il suo nome, ma penso che fosse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. La mia è un’ipotesi. Vedendo la sua foto sui giornali successivamente, ho pensato che fosse stato proprio lui. Gli assomigliava molto. Mi interrogò e dopo mi disse ‘Ti faccio uscire subito da qui attraverso la porta sul retro se mi dici che i lanciamissili sono per gli autonomi. Tu sei straniero. Da te non voglio nulla. Ti diamo quello che vuoi, cittadinanza, soldi, ma devi dire che le armi sono per loro’. Gli risposi che non sapevo nulla di cui stesse parlando. Replicò secco: ‘Pensaci’, e se ne andò. Per tre giorni sono stato picchiato praticamente di continuo. Mi hanno sempre tenuto nudo, abbandonandomi su una tavola di legno, su cui mi lasciavano dormire un po’. Ricordo che mi è venuta una febbre molto alta. Allora mi hanno portato al carcere di Chieti, dove ho ricevuto le prime cure mediche”.
Lei in quegli anni era il responsabile del Fronte popolare in Italia?
“Assolutamente no. Ero uno dei membri del Fronte presenti in Italia”.
Al processo fu condannato per il trasporto di armi.
“Mi condannarono a sette anni, come tutti gli altri. Il processo fu celebrato per direttissima, dopo 40 giorni, nel gennaio 1980. Mio fratello, che stava in Italia, venne a trovarmi in carcere e mi disse che sarei stato rilasciato prima del processo, perché il Fronte ha ricevuto assicurazioni in tal senso, penso da Giovannone. Mi raccontò di un avvocato che da Beirut si era recato a Roma, verso la fine di dicembre, per degli incontri con alcuni rappresentanti italiani, forse lo stesso Giovannone. Comunque, io restai in carcere e al processo venni condannato”.
Lei fu tuttavia l’unico a ottenere la libertà anticipata, già nel 1981.
“Penso che sia stato Giovannone a intervenire per ottenere la mia scarcerazione per scadenza dei termini. Era in corso il processo di secondo grado all’Aquila e il mio avvocato non aderì alla richiesta di rinvio del dibattimento (giugno 1981) come fecero gli altri. Così il 14 agosto 1981 scattò la scadenza dei termini. Ricordo molto bene quel giorno, perché stavamo organizzando una festa per il mio compleanno, che è il 15, chiedendo del vino e dei dolci. Verso le undici di mattina mi convocano in direzione e mi comunicano che c’è il mandato di scarcerazione. Ricordo che chiesi di poter restare un altro giorno per festeggiare il compleanno coi compagni, ma rifiutarono. Uscito da Rebibbia, restai a Roma per qualche giorno con l’obbligo della firma e quindi tornai a Bologna”.
Durante la detenzione non è mai stato interrogato in relazione a qualche altro fatto avvenuto in quegli anni?
“Sì, ricordo un episodio curioso. E’ venuto Domenico Sica a interrogarmi. Ero appena stato trasferito da Trani a Regina Coeli. Mi chiese se conoscessi Ali Agca? Quando gli feci ‘E’ una nuova accusa?’, mi rispose ‘Non pensarci nemmeno, è solo per capire.Vedi che non scrivo nulla’”.
Ha, poi, completato gli studi a Bologna?
“Sì, nel luglio 1983. Lo stesso mese ho lasciato l’Italia, partendo da Fiumicino per il Medio Oriente. Nemer Hammad (allora ambasciatore palestinese a Roma) mi disse già poco dopo la mia scarcerazione ‘Ti consiglio di partire il più presto che puoi. Quando vuoi andare, le autorità italiane chiuderanno un occhio’. Così è stato. Non sono più tornato”.
Ci sono persone in Italia che mettono in relazione il suo caso con la bomba alla stazione di Bologna, sostenendo che il suo mancato rilascio, tra la fine del 1979 e la prima metà del 1980, spinse i palestinesi, cioè il Fronte popolare, a organizzare l’attentato.
“Io seppi dell’attentato in carcere e posso dirle che ero più dispiaciuto degli stessi italiani. Ho vissuto molti anni a Bologna e ho conosciuto personalmente delle gente meravigliosa. Noi come palestinesi abbiamo ricevuto molta solidarietà e il Fronte popolare ha avuto molti aiuti dal popolo italiano. Mi meraviglio che si voglia ignorare la verità soprattutto quando a sostenere queste falsità sono delle personalità che avevano accesso a numerose informazioni, anche riservate. Smentisco nel modo più assoluto che prima dell’attentato ci fossero delle tensioni tra l’Italia e il Fronte popolare per via del mio caso. Giovannone era rimasto per tutto il tempo in contatto con i nostri responsabili a Beirut, tranquillizzandoli e ripetendo ‘Bisogna ridurre l’intensità della fiamma per poter spegnere il fuoco’. Cercare di accreditare la tesi che la mia detenzione abbia spinto il Fronte popolare a una rappresaglia, è una menzogna colossale. Si tratta di un tentativo di riscrivere la storia”.
In un’intervista concessa tempo fa a un autorevole quotidiano italiano, Bassam Abu Sharif sostiene che il Fronte popolare di tanto in tanto forniva aiuto a piccoli militanti, “non gente importante”, delle Brigate Rosse che stavano scappando, e racconta che il colonnello Giovannone veniva a protestare da lui per questo.
“Vede, Bassam Abu Sharif negli anni Settanta era semplicemente uno dei responsabili del settore dell’informazione al Fronte popolare. Non aveva nessun potere decisionale, né responsabilità operative. Non poteva avere rapporti con i servizi segreti italiani. Sfido Abu Sharif a dimostrare di aver incontrato il colonnello Giovannone per un colloquio anche una volta sola o di aver fornito documenti a gente delle BR in fuga dall’Italia. Sarà l’effetto dei lunghi anni trascorsi. La memoria che inganna o il desiderio di apparire più di quello che si era”.
http://www.arabmonitor.info/dettaglio.php?idnews=26638〈=it
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(3)
Interpellanza Cicciomessere n. 2-00290 del 10 gennaio 1980 TRASFORMATA IL 12.03.80 in interrogazione con risposta orale n. 3-01546
I sottoscritti chiedono di interpellar e il Presidente del Consiglio dei ministri per sapere se il Governo era stato informato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sulle seguenti circostanze:
1) i due missili SA-7 Strela trovati il 7 novembre 1979 nella macchina guidata da Luciano Nieri e Giorgio Baumgartner sono di proprietà del PFLP;
2) i due missili non sono funzionanti;
3) il dottor Giorgio Baumgartner è stato incaricato dal PFLP di trasportare una cassa, della quale non conosceva il contenuto, solo per l’ultimo tratto dell’autostrada Roma-Pescara, dovendo la cassa essere portata ad Ortona dove un palestinese stava arrivando con una lettera per prenderla in consegna;
4) il palestinese che ha telefonato al dottor Baumgartner per chiedergli il favore del trasporto della cassa è noto per aver organizzato negli anni scorsi una raccolta di medicinali destinati ai palestinesi. Egli spiegò al dottor Baumgartner che la macchina che stava trasportando la cassa
si era rotta durante il viaggio sull’autostrada, pregandolo quindi di effettuare il breve tragitto;
5) il signor Saleh Abu Anzeh non era la persona incaricata di prendere in consegna la cassa. La nave Sidon ed il suo equipaggio sono estranei a questa vicenda;
6) i missili non dovevano essere usati in Italia ma solo trasportati.
Gli interpellanti chiedono di sapere se risponde a verità la notizia del contatto ricercato dall’ambasciata italiana in Libano con il PFLP in seguito all’arresto di Baumgartner, Nieri, Pifano e Saleh, e se in quella circostanza sono state fornite le informazioni contenute nei punti precedenti.
Gli interpellanti chiedono quindi di sapere se il Governo ha verificato le informazioni del PFLP e se ha provveduto ad informare la competente autorità giudiziaria.
Gli interpellanti chiedono infine di sapere se l’eliminazione di materiale bellico di proprietà del PFLP dal territorio italiano faceva parte degli accordi precedentemente raggiunti dal Governo con questa organizzazione e quindi se l’episodio del trasporto dei due missili Strela rientrava nei predetti accordi e cioè il trasporto era praticamente autorizzato dal Governo italiano.
(2-00290) «Cicciomessere, Aglietta Maria Adelaide, Ajello, Boato, Bonino Emma, Crivellini, De Cataldo, Faccio Adele, Galli Maria Luisa, Melega, Mellini, Pannella, Pinto, Roccella, Sciascia, Teodori, Tessari Alessandro».
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(4)
Sul manifesto del 16 luglio 2009, a pagina 10 nella rubrica Posta&Risposta, è stato pubblicato un carteggio tra Andrea Colombo e Daniele Pifano, moderato da Tommaso Di Francesco, intitolato “Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano” (5) (http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090716/pagina/10/pezzo/255102/?tx_manigiornale_pi1%5BshowStringa%5D=t.d.f.&cHash=c89fd32910).
Tutto prende l’avvio dall’ammissione da parte di Colombo di “un grave errore… un errore piuttosto serio… essendo l’errore in questione foriero di gravi equivoci“.
Colombo fa riferimento a non meglio precisate segnalazioni che glielo avrebbero fatto rilevare ed egli approfitta della disponibilità del manifesto per porvi rimedio.
Ma di quale errore si tratta da richiedere una rettifica così contrita sotto lo sguardo e la penna severa di Di Francesco e Pifano?
Nel suo libro “Storia nera. Bologna la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti” (Cairo, 2007), Colombo, mentre passa in rassegna piste alternative per la strage alla stazione rispetto a quella che ha portato alla condanna definitiva di Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, citando la cosiddetta “pista palestinese” afferma che il giordano Abu Anzeh Saleh, coinvolto con Pifano nella vicenda dei missili di Ortona – sequestro e arresti che violando il “patto” tra governo italiano e palestinesi avrebbero causato una ritorsione di questi ultimi concretizzatasi proprio con la bomba alla stazione – sarebbe stato scarcerato “all’indomani della strage” ovvero il 14 agosto 1980.
La data è indubbiamente sbagliata. Colombo corregge quindi il suo errore, ma nonostante il duro “perdono” compiaciuto di Di Francesco, secondo il quale proprio quell’”incidente-svista-falso” in cui è incappato Colombo costituirebbe uno degli elementi più forti a sostegno della pista palestinese, finisce per commettere un altro errore.
La data del rilascio di Saleh viene infatti da Colombo spostata di ben due anni al 15 agosto 1982, sottolineando come anche la Commissione Mitrokhin abbia sbagliato nell’indicarla avvenuta nell’agosto del 1981.
Colombo, Di Francesco e Pifano non sanno probabilmente che solo pochi mesi fa, marzo 2009, lo stesso Abu Anzeh Saleh ha rilasciato un’intervista all’agenzia Arab Monitor in cui testualmente dice:
“Penso che sia stato Giovannone a intervenire per ottenere la mia scarcerazione per scadenza dei termini. Era in corso il processo di secondo grado all’Aquila e il mio avvocato non aderì alla richiesta di rinvio del dibattimento (giugno 1981) come fecero gli altri. Così il 14 agosto 1981 scattò la scadenza dei termini. Ricordo molto bene quel giorno, perché stavamo organizzando una festa per il mio compleanno, che è il 15, chiedendo del vino e dei dolci. Verso le undici di mattina mi convocano in direzione e mi comunicano che c’è il mandato di scarcerazione. Ricordo che chiesi di poter restare un altro giorno per festeggiare il compleanno coi compagni, ma rifiutarono. Uscito da Rebibbia, restai a Roma per qualche giorno con l’obbligo della firma e quindi tornai a Bologna“.
Ma al di là di ciò che si può scrivere in un libro, in un articolo o dire in una intervista, mettendo pure in conto sempre e comunque la possibilità di commettere imprecisioni in buona fede, crediamo che l’unica risposta certa e definitiva possa giungere solo dalla consultazione degli atti processuali.
E allora consultiamoli questi atti.
Abu Anzeh Saleh ottenne la libertà – unico tra gli imputati del suo processo – il 14 agosto 1981.
Ecco “tecnicamente” come si arrivò alla scarcerazione del giordano:
Così dicono le carte processuali.
Evidentemente Andrea Colombo quando scrive della vicenda di Saleh, malgrado siano anni che se ne occupa, sembra avere problemi con le date. In un suo articolo-intervista ad Abu Anzeh Saleh e a Daniele Pifano (manifesto, 4 agosto 2005, pag. 9) (6) di errori ne aveva già commessi almeno un paio. In quell’occasione, infatti, aveva collocato l’arresto di Abu Anzeh Saleh il 7 novembre 1979 in contemporanea a quello dei tre autonomi, mentre, come tutti sanno, il giordano era stato fermato una settimana dopo, il 14 novembre. Poi, sempre in quell’articolo, la scarcerazione di Saleh – disposta il 14 agosto 1981 – era stata addirittura posdatata al 1983 (!).
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(5)
LETTERE – di Tommaso Di Francesco, Posta&Risposta
Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano, il manifesto, 16 luglio 2009
Un grave errore
Mi è stato solo di recente segnalata la presenza di un errore piuttosto serio nel mio libro sulla strage di Bologna «Storia nera», uscito ormai due anni fa per Cairoeditore. Essendo l’errore in questione foriero di gravi equivoci, ho chiesto ospitalità al «manifesto» per porvi un sia pur tardivo rimedio.
Nel libro avevo scritto che Abu Saleh, il militante palestinese in carcere dal ‘79 in seguito all’individuazione di un [rectius due] lanciamissili trasportato, per conto dei palestinesi, da tre militanti romani del Collettivo di via dei Volsci, era stato scarcerato a metà dell’agosto 1980. L’informazione è certamente errata. Secondo la commissione Mitrokhin, Saleh fu scarcerato sì a metà del mese di agosto, ma del 1981. Le carte processuali parlano invece del 1982. Interpellati, i commissari della Mitrokhin spiegano che in effetti Saleh rimase tecnicamente in carcere fino all’82, ma sostengono che già dall’anno precedente il palestinese si trovava agli arresti domiciliari. I suoi coimputati italiani smentiscono e affermano che Saleh è rimasto in carcere sino al momento della definitiva liberazione.
In ogni caso è certo che Saleh non fu liberato il 14 agosto 1980, cioè meno di due settimane dopo la strage alla stazione di Bologna. Può sembrare un particolare: non lo è. L’ipotesi secondo cui l’arresto di Abu Saleh sarebbe legato alla strage di Bologna parte infatti dal patto segreto stretto tra le organizzazioni palestinesi e Aldo Moro, per il tramite del colonnello dei servizi segreti Stefano Giovannone, in base al quale i palestinesi potevano trasportare liberamente materiale bellico sul territorio italiano purché non lo adoperassero in Italia. L’arresto di Abu Saleh (e il sequestro del lanciamissili) costituivano una violazione di quel patto, e infatti il leader dell’Fplp George Habbash protestò vigorosamente, quasi minacciosamente, con il governo italiano invocando il rispetto degli accordi e reclamando sia la restituzione del lanciamissili che la liberazione di Abu Saleh. È ovvio che, in questo quadro, la liberazione del palestinese solo pochi giorni dopo la strage avrebbe costituito, pur senza alcun valore probatorio, un elemento a sostegno della cosiddetta pista palestinese. Di qui, anche a distanza di due anni, la necessità di correggere pubblicamente l’errore.
Approfitto però dell’occasione per fornire un chiarimento che mi pare necessario. «Storia nera», così come i molti articoli «innocentisti» scritti da me e da altri sul «manifesto» nel corso di circa quindici anni, non si proponeva di individuare i colpevoli della strage, ma solo di indicare chi colpevole non è, pur essendo per quella strage stato condannato. Mi sono pertanto limitato a elencare, nell’ultimo capitolo del libro, tutte le ipotesi che in questi decenni sono state avanzate, inclusa la «pista Saleh», senza minimamente prendere posizione a favore dell’una o dell’altra. In questo contesto, non parlare della succitata ipotesi sarebbe stato impossibile. O gravemente reticente.
Andrea Colombo
Andrea Colombo si accorge di un grave errore contenuto nel suo libro-inchiesta «Storia nera» in base al quale l’ipotesi della «rappresaglia» palestinese poteva sembrare avere una maggiore credibilità. Scrive Colombo a pag. 342 del suo libro : «….avesse spinto Abu Saleh a chiedere l’intervento di tre esponenti di spicco dell’autonomia romana. Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri erano i dirigenti di un collettivo, quello di via dei Volsci che, pur non avendo niente a che fare con il terrorismo, era considerato ( a torto ) limitrofo alla lotta armata. Per il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, capo dell’antiterrorismo, i tre «volsci» rappresentavano una preda ghiotta. Così quando il colonnello Giovannone iniziò a darsi da fare per tirare fuori di galera Saleh, arrestato pochi giorni dopo i tre autonomi romani, e onorare così il patto stretto da Moro, Dalla Chiesa si oppose. Contro ogni evidenza, affermò che i missili non erano di passaggio in Italia ma destinati ad uso interno. In aperta violazione dell’accordo, Saleh rimase in carcere. Di conseguenza, l’11 luglio 1980, una nota dell’Ucigos segnalava le reazioni negative dell’Fplp per la permanenza in carcere di Abu Saleh e concludeva: «Non viene escluso che, da parte della stessa organizzazione, possa essere tentata una sorta di ritorsione». La bomba di Bologna sarebbe stata dunque una sorta di rappresaglia per la mancata liberazione di Saleh, il quale fu in effetti scarcerato, con larghissimo anticipo sui tre autonomi romani, pochi giorni dopo la strage, il 14 agosto 1980. L’Fplp avrebbe commissionato la strage a Carlos, che si sarebbe servito, per portare a termine il suo compito, dei tedeschi delle cellule rivoluzionarie».
Dunque Andrea Colombo ora scopre che Abu Saleh è stato scarcerato ben due anni dopo la strage di Bologna, il 15 agosto 1982, e non come asserisce nel libro «all’indomani della strage di Bologna».
C’è ancora da dire che nel libro di Andrea Colombo l’ipotesi palestinese pur inserita nel capitolo «piste alternative», risulta di gran lunga la più sostenibile anche grazie all’incidente-svista-falso in cui è incappato l’autore, che fa derivare «l’immediata scarcerazione di Abu Saleh dalla bomba alla stazione». Peraltro tra i media in grado di deformare la verità rientra la trasmissione televisiva di Minoli «La storia siamo noi», che a più riprese si è interessata della vicenda mettendo pesantemente in relazione la strage di Bologna con la mancata scarcerazione degli imputati arrestati ad Ortona perché trovati in possesso dei due lanciamissili dei palestinesi. t.d.f.
Non la smetteranno mai
Il riconoscere uno sbaglio effettivamente compiuto è in ogni caso positivo. Sono comunque estremamente scettico sull’ipotesi che la smettano di addossare ai palestinesi la responsabilità di aver compiuto un’infamia così bestiale come la strage di Bologna. Ma proprio per l’enorme nefandezza di quel crimine così come per tutte le altre stragi, i fascisti che ormai stanno tranquillamente al potere cercheranno in tutti i modi di scaricarne la responsabilità sui palestinesi o su qualsiasi altro soggetto debole che non possa contrastare la loro smisurata offensiva massmediatica, la strage di Bologna come la modalità dell’uccisione di Valerio Verbano sono così raccapriccianti che neanche i più sfacciati criminali stragisti riescono a rivendicarne la paternità. Io non sono convinto della colpevolezza di Fioravanti e della Mambro, anche se non lo vedo in contrasto con un agire così insensato e colpevolmente protetto come emerge appunto dalle pagine del libro di Colombo. Una cosa comunque è certa: sia i fascisti in prima persona, sia quelli di loro in organico ai servizi hanno costantemente attuato o solo organnizzato le stragi di persone innocenti allo scopo di limitare le libertà di tutti ed aumentare il potere degli organi militari.
Daniele Pifano
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(6)
«LA PISTA PALESTINESE? E’ FRUTTO SOLO DI INVENZIONI E BUGIE»
il manifesto, 4 agosto 2005
Andrea Colombo
Bologna 80. “I palestinesi non c’entrano”. Parla Abu Saleh, il militante dell’FPLP accusato dalla destra di essere coinvolto nella strage di 25 anni fa. Pifano: “la pista è nera”.
“I palestinesi e la sinistra sono distanti anni luce dalla strage di Bologna e dalla cultura che la ha prodotta”.
Parlano Abu Saleh, che secondo la destra sarebbe coinvolto nella vicenda, e Daniele Pifano, che fu arrestato con lui.
Abu Saleh, palestinese, aderente al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), fu arrestato il 7 novembre 1979 insieme a tre militanti romani dell’Autonomia, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner, e Luciano Neri [rectius Nieri], mentre trasportava un lanciamissili destinato alle forze palestinesi. Il suo nome è stato tirato in ballo a proposito della cosiddetta “pista mediorientale” per la strage di Bologna. L’attentato secondo questa tesi, sarebbe opera del gruppo di Carlos, come rappresaglia per l’arresto di Abu Saleh. L’accusa ha creato forti malumori nella sinistra e ha provocato anche numerose critiche rivolte al nostro giornale per averla registrata. Saleh è uscito dal carcere, con i tre autonomi italiani, nel ‘83. Oggi vive a Damasco e interviene, con lo stesso Pifano, sulle accuse che gli sono state rivolte.
Saleh, hai mai conosciuto Carlos o hai mai avuto contatti con la sua organizzazione?
Saleh: Mai. Era una figura molto lontana da noi. Sosteneva di agire a favore del popolo palestinese, ma lo faceva in totale autonomia, senza alcun tipo di interlocuzione con noi.
E con militanti delle formazioni armate tedesche in Italia?
Saleh: No, mai.
All’origine del tentativo di coinvolgerti nella vicenda di Bologna c’è un’informativa Ucigos del luglio ‘80, secondo cui l’Fplp minacciava ritorsioni contro l’Italia per il tuo arresto. Ci furono davvero queste minacce?
Saleh: Non c’è nulla di vero. Non ci fu alcuna pressione da parte dell’Fplp. Comunque il Fronte non avrebbe in nessun caso organizzato attentati contro un popolo amico della Palestina come quello italiano.
Che tu sappia esistevano accordi segreti tra il governo italiano e l’Olp?
Saleh: Ne ho sentito parlare ma non so quanto ci sia di vero. Era però risaputo che l’Italia, in quanto paese amico, ci lasciava campo libero per i trasporti e altre attività del genere, escludendo naturalmente ogni tipo di attentato sul territorio italiano.
Dunque non si parlò mai dell’eventualità di una tua liberazione prima di quella dei tre autonomi italiani?
Saleh: Se ne parlò. I servizi segreti mi offrirono la liberazione anticipata in cambio dell’abbandono dei compagni italiani. Rifiutai e dissi che sarei uscito dal carcere solo insieme a loro. Comunque tra l’Fplp e il governo italiano la situazione era chiarissima.
Cosa intendi dire?
Saleh: Il governo italiano sapeva perfettamente che il lanciamissili che stavamo trasportando non era destinato all’uso sul territorio italiano.
Come fu deciso quel trasporto?
Pifano: Saleh ci disse che si era rotta una macchina e che serviva un aiuto per trasportare alcune casse. Noi accettammo. Sapevamo che mai un’organizzazione palestinese avrebbe organizzato attentati indiscriminati contro la popolazione italiana. Se lo avesse fatto, non solo avremmo interrotto ogni rapporto, ma avremmo anche denunciato pubblicamente l’assoluta incompatibiità di gesti simili con noi e con tutta la solidarietà internazionale. Dopo la strage all’aereoporto di Lod, nel `72, criticammo molto severamente i palestinesi, sostenendo che non si potevano uccidere persone inermi e innocenti solo perché israeliane.
Saleh: E’ vero, gli italiani sono sempre stati contrari a questo tipo di azioni. Il loro sostegno è sempre stato solo politico e umanitario.
Secondo il parlamentare di An Fragalà, Saleh era protetto dal Pci, che intervenne direttamente a suo favore. Cosa ne sapete?
Saleh: Posso rispondere solo con una risata. Noi avevamo rapporti politici con tutta la sinistra, ma non ci fu nessunissima protezione da parte del Pci.
Pifano: Ma quale protezione! Allora noi dovevamo difenderci più dal Pci che dai fascisti. Avevamo un rapporto di grande collaborazione politica con l’Fplp, perché era un’organizzazione laica e marxista. Il Pci invece lo teneva a distanza, perché lo considerava troppo vicino al movimento e non voleva alcun rapporto istituzionale col Fronte.
Chiesero anche all’ambasciatore palestinese in Italia, Hammad, di intervenire per ricondurlo all’ordine.
Questa vicenda nasce dai dubbi, sollevati non solo dalla destra, sulla colpevolezza dei Nar per la strage di Bologna. Voi cosa ne pensate?
Saleh: Io sono convinto che la matrice della strage sia fascista, come sempre da piazza Fontana in poi. Credo che questa favola del nostro coinvolgimento sia stata tirata fuori su pressione dei sionisti israeliani.
Pifano: Non so se Fioravanti e Mambro sono colpevoli. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, la campagna innocentista non mira a cercare la verità, ma a confondere il giudizio storico complessivo, sul modello di quello che è avvenuto con i «ragazzi di Salò». Inoltre, ho l’impressione che ci sia una sorta di patto di solidarietà per cui gli ex camerati dei Nar, oggi al governo, li vogliono non solo liberi, ma anche scagionati dalle accuse più gravi.
Ma tu pensi che siano colpevoli?
Pifano: Forse no. Ma l’ambiente in cui è maturata la strage è quello. Del resto la strage si è verificata in contemporanea con il rinvio a giudizio di Mario Tuti per la strage dell’Italicus, e secondo me questa è quasi una firma. Inoltre c’è un retroterra culturale molto preciso. Un compagno che accettasse l’idea di azioni indiscriminate contro vittime innocenti, di qualsiasi schieramento, sarebbe incompatibile con quella stessa idea di società diversa che vuol costruire. La cultura fascista è opposta. Si basa sul concetto di superiorità, individuale o addirittura razziale. Si basa sulla capacità di staccarsi dai propri sentimenti: di torturare, come al Circeo, o di sparare a delle donne, come nell’attacco contro Radio Città Futura guidato da Fioravanti, senza provare compassione. Non dico che Izzo, Fioravanti e Storace siano la stessa cosa. Ma il substrato culturale è identico.
Che dire caro Gabriele,
ci preoccupiamo oggi delle bugie del puttaniere di arcore, ci si preoccupa di “papelli” in cui la mafia ricatta lo stato, facendoli passare per prove di accordi, mentre si continua a tacere all’opinione pubblica, cosa fecero i grandi statisti come Moro, con i più feroci terroristi che siano mai apparsi sulla terra.
Giuseppe Stella Catania
[...] contestualizzare meglio la vicenda dei missili di Ortona, che abbiamo trattato nell’articolo pubblicato il 24 luglio 2009, occorre focalizzare l’attenzione anche sul ruolo svolto in [...]
Attendo il “!resto”, Gabriele, che certamente c’è, ancora più “pesante” e non per il Governo attuale, ma per una gran parte dell’attuale opposizione.
Ciao.
Nelle appendici (4) e (5) abbiamo riportato lo scambio di lettere tra Andrea Colombo, Daniele Pifano e il giornalista Tommaso Di Francesco (comparso nella rubrica Posta&Risposta a pagina 10 del manifesto del 16 luglio 2009).
Ora il tono dimesso e contrito di Colombo c’era parso eccessivo, così come c’era parso un po’ sopra le righe lo sguardo arcigno degli altri due.
Ma forse un perché a tanta severità c’era. Oggi, 30 luglio 2009, a pagina 3 de il Resto del Carlino Bologna è apparso questo trafiletto:
Familiari e PRC, pace fatta
Pace fatta tra l’Associazione familiari delle vittime del 2 agosto e Prc. A incrinare i rapporti furono la polemica con Fausto Bertinotti (allora presidente della Camera, sulla nomina dell’ex terrorista Sergio D’Elia a segretario della Presidenza), e il libro di Andre Colombo, portavoce Prc al senato, con la tesi dell’innocenza dei condannati per la strage.
“Può pensarlo, ma non è la voce del partito”, spiega Paolo Ferrero, segretario Prc, deponendo un mazzo di fiori in stazione. “C’è una verità giudiziaria accertata che per me è quella storica”. Paolo Bolognesi, presidente dei familiari, è “felice di un incontro che spero rappresenti un nuovo inizio”.
[...] ad Ortona e il successivo arresto del giordano di origini palestinesi Abu Anzeh Saleh (si veda articolo del 24 luglio), capo della struttura militare dell’FPLP in Italia e in collegamento con [...]
[...] ad Ortona e il successivo arresto del giordano di origini palestinesi Abu Anzeh Saleh (si veda articolo del 24 luglio), capo della struttura militare dell’FPLP in Italia e in collegamento con Carlos [...]
[...] trilogia sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, pubblicata su questo blog il 24, 29 e 31 luglio 2009, per delineare la figura, il ruolo e i legami internazionali di Wadi Haddad, [...]