Intervista a Carlo Infanti

 

Nato a Luino nel 1966. All’età di quindici anni si avvicina al teatro amatoriale con la “Compagnia S. Sebastiano” di Palazzolo S/O. 

Collabora poi, con altre compagnie teatrali amatoriali, tra cui “La Maschera” di Palazzolo S/O, il “CTC” di Chiari, la compagnia teatrale di Pontoglio.

Frequenta in seguito, “L’accademia d’Arte Drammatica” di Milano e successivamente il D.A.M.S. di Bologna.

Ha lavorato in Parlami d’amore Mariù e Il Grigio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, poi come attore professionista nella compagnia di Piero Mazzarella. Come autore, ha scritto testi di successo fra cui Finalmenteunuomo, Attimi d’amore, Le avventure del sior Toneit.

Il 31 marzo 2008 a Roma ha presentato il film ‘Moro, la verità negata’.

Protagonisti della vita politica e sociale dell’epoca narrano fatti e circostanze inedite. Ex ministri, agenti segreti, amministratori pubblici, legali e ufficiali dell’Esercito e della Marina militare, raccontano.

La pellicola è stata iscritta alle pre selezioni del Festival del Cinema di Cannes 2008, dell’Internazionale Critics Week 2008, del Quinzaine des Rèalisateurs 2008.

Non è un documentario, nè una narrazione – spiega il regista – Il mio è un film diverso, è un film d’inchiesta, un’inchiesta come mai è stata fatta sul più grande, controverso e oscuro delitto politico della storia italiana“.

 

L’intervista a Carlo Infanti (le sue risposte sono riportate in neretto) è avvenuta a più riprese a partire dal 24 luglio 2008.

 

Infanti, tra il 16 marzo e il 9 maggio scorsi ricorreva il trentennale dei 55  giorni più drammatici della storia dell’Italia repubblicana. Quei  giorni si aprirono a Roma in via Fani con il sequestro, da parte delle  Brigate rosse (siamo certi solo dalle Br? Sono molti gli indizi che ci spingono a ipotizzare che le Br abbiano svolto più un compito di carcerieri  piuttosto che di assassini e rapitori e mandanti!!), di Aldo Moro, allora presidente del Consiglio nazionale  della Democrazia cristiana, con la strage dei cinque uomini della sua  scorta, e si chiusero con il ritrovamento del cadavere di Moro nel  bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani. Come era facilmente prevedibile, nel corso di questo anniversario si  sono sviluppate numerose iniziative dedicate alla rievocazione di quei  tragici avvenimenti: abbiamo assistito alla pubblicazione di molti  volumi, alcuni dei quali di grande rilievo, all’organizzazione di un  importante convegno a Cento (Ferrara), (e al quale non sono stato invitato J) purtroppo quasi completamente snobbato dalla stampa, alla messa in onda di programmi televisivi che  hanno rievocato l’evento. Tra queste iniziative, un posto importante spetta sicuramente al suo  film intitolato “Moro: la verità negata”. Sappiamo che la sua opera è  stata presentata a Roma alla stampa estera lo scorso 31 marzo. In che cosa il suo film si differenzia rispetto a precedenti produzioni  cinematografiche come ad esempio “Il Caso Moro” di Giuseppe Ferrara,  del 1986, o a quelli più recenti, “Buongiorno, notte” di Marco  Bellocchio e “Piazza delle Cinque Lune” di Renzo Martinelli, entrambi  del 2003?

Credo si possa sintetizzare in tre fondamentali differenze

•1) Il mio film non nasce come ricerca o approfondimento sul caso “Moro” ma come ricerca e approfondimento sul “caso” del’Aquila di Scandiano questo mi porta ad avvicinarmi alla strage di via Fani al sequestro del presidente Moro e al successivo omicidio libero da condizionamenti e ricostruzioni depistanti.

 

•2)   Il mio film non è una ricostruzione ma una ricerca fatta 30 anni dopo dai diretti protagonisti dell’epoca infatti gli attori sono i protagonisti stessi di quei giorni, tra i quali cito Giovanni Galloni, Francesco Forte, Falco Accame, Maria Fida Moro, Il sindaco e tutta la giunta di Gradoli dell’epoca, Piero La Porta, l’avvocato Cesare Placanica e tanti altri, tutti interpretano se stessi.

 

•3)   Il mio film, che ha come filo conduttore il portare a conoscenza di tutti ciò che è stato censurato sulla vicenda Moro, ha cambiato radicalmente lo scenario nel quale si è consumato il tragico evento. La vera difficoltà è stata documentare tutto ciò che mi veniva detto con testimonianze e documenti che mettessero al riparo me e tutta la produzione da eventuali ritorsioni, quindi tutto quello che viene detto e fatto vedere nel film è rigorosamente documentato e dimostrato.


Il suo film doveva essere presentato a Cannes. Sarebbe stata una  “vetrina” prestigiosa e molto importante. Ma poi non ci sembra sia  stato selezionato. E’ così?

 

Si è così il fatto strano è che l’esclusione mi è stata notificata 2 giorni dopo la conferenza stampa di Cannes quando tutti sanno che le esclusioni vengono comunicate dai 2 ai 5 giorni prima della conferenza stampa dei film selezionati.


Le difficoltà in cui si ritrova ormai da molti anni l’industria  cinematografica, in particolare quella italiana, e soprattutto il  contenuto “scomodo” dell’opera, immaginiamo stiano rendendo difficile  la distribuzione del film stesso: a che punto è la situazione? Lo  vedremo nelle sale cinematografiche?

 

Sono molti i segnali di interesse per la distribuzione ma nulla si sta concretizzando però bisogna anche ammettere che i tempi per la valutazione e la decisione di distribuire un film sono piuttosto lunghi e il mio è relativamente giovane, ci sono film che vengono distribuiti anche dopo qualche anno, quindi attendo fiducioso, mi consola che sto seguendo personalmente tutte le fasi di presentazione del film alle case di distribuzione e i segnali sono interessanti.

 
La possibile “censura del mercato” potrebbe essere aggirata  trasformando il film in DVD, distribuito tramite internet?

 

Allo stato attuale non voglio pensare ad una “censura del mercato”, il nostro approccio è e resta di confronto con un “mercato libero” e la distribuzione tramite internet è certamente uno dei tanti  mezzi da prendere seriamente in considerazione che per altro ritengo  personalmente molto interessante.


Per venire ad alcune vicende più specifiche riguardanti le tematiche  affrontate nel suo film, vorremmo sottoporle alcune domande sulla  annosa questione di “Gradoli”, in particolare sulla “perquisizione”  del 6 aprile 1978. Prendiamo spunto da una sua precedente intervista  al quotidiano “La Provincia” del 15 maggio scorso (leggibile in rete)[1]. Lei, per la prima volta dopo la pubblicazione della Relazione di maggioranza della Commissione Moro nel giugno 1983, ha apportato un  nuovo e originale contributo sulla “perquisizione” nel comune di  Gradoli intervistando il sindaco
(e la) della giunta del 1978. Alcuni stralci  tratti dal suo film sono stati mostrati su Canale 5 nel programma ”Terra”, curato da Sandro Provvisionato. Dalle testimonianze che Lei  ha raccolto è “venuto a sapere che questa perquisizione a Gradoli, non  c’è mai stata” e che pertanto “nessuno fece perquisizioni nel paese di  Gradoli, sul lago di Bolsena, neppure vennero fatte delle ricerche”. Negli atti della Commissione Moro ci sono due documenti (reperibili  entrambi nel vol. XXVII, 1988, alle p. 33 e 35) molto importanti in  quanto scritti il 5 e 6 aprile 1978. Si tratta di un appunto  manoscritto di Luigi Zanda, addetto stampa del ministro dell’Interno  Cossiga, e di una breve relazione del vice questore di Viterbo. Da  questi due documenti si evince che il 6 aprile 1978, tra le ore 11,30  e le 13 nel “territorio del comune di Gradoli” (pertanto non  all’interno del paese di Gradoli) venne effettuato un “accurato  rastrellamento” nel corso del quale furono ispezionate “varie case  coloniche in stato di apparente abbandono con le relative dipendenze,  nonché grotte e ripari naturali”. Le forze dell’ordine,  complessivamente 22 militari tra guardie di P.S. e carabinieri al  comando di due ufficiali e dello stesso vice questore di Viterbo,  avevano infatti l’ordine di cercare e controllare una “casa isolata con cantina” “lungo la statale 74″, dove avrebbe potuto trovarsi la  prigione di Aldo Moro. Il rastrellamento diede naturalmente esito  negativo (i virgolettati sono tratti dai due citati documenti).

Questi due documenti non sono in contrasto con la testimonianza del  sindaco del tempo da Lei intervistato, tuttavia documentano – almeno  fino a prova contraria – che una “perquisizione” o “rastrellamento” ci  fu: non all’interno del paese di Gradoli, ma nel territorio  circostante di quello stesso comune.

Lei ritiene che questi due documenti siano stati manipolati, o  addirittura che siano dei falsi?

 

No non li ritengo ne falsi ne manipolati, anzi sono l’unica cosa vera, è quello che ruota attorno a quei documenti che mi ha incuriosito, mi spiego meglio:

 

•1)    Perché se l’indicazione all’origine di quella perquisizione era Gradoli Viterbo Bolsena si è perquisito solo alcune grotte e qualche casolare abbandonato e solo per un paio d’ore e viene definito accurato? Vi invito a fare un giretto nel paesino di Gradoli, in 2 ore non riesci a vedere neppure il 2% del territorio con soli 22 uomini. (forse era solo una farsa?)

Per altro tutti gli abitanti del paesino di Gradoli hanno saputo della perquisizione solo dopo il 18 di Aprile del 1978 cioè solo dopo la scoperta del covo di via Gradoli.

 

•2)    Perché il presidente di quella commissione Pellegrino da 30 anni si ostina a dire che il paesino di Gradoli sia stato messo a fuoco e ferro da centinaia di uomini in tenuta mimetica? Perché continua a sostenere di avere ancora negli occhi quelle immagini trasmesse dalla tv? Nulla è stato scritto su quella perquisizione e nulla è stato trasmesso in tv!!! Vi invito a leggere “Segreto di Stato” pubblicato nel Marzo del 2008 dove Pellegrino a pag. 180 ribadisce ancora dopo trent’anni quelle dichiarazioni.

 

•3)     Perché chi sapeva che a Gradoli non ci fu perquisizione ha sempre taciuto lasciando che continuasse questa farsa per oltre 30 anni? Ed erano in molti a saperlo!!!!!

 

Sempre nell’intervista al quotidiano “La Provincia”, Lei fa un’altra  clamorosa affermazione, ossia che “il filmato della Rai, che mostra i  carabinieri mentre fanno irruzione nelle case [del paese di Gradoli], è fasullo”. Lei è riuscito quindi ad accedere agli archivi della Rai e  a vedere di persona questo filmato? E’ stato trasmesso durante un  telegiornale? Ed esattamente quando? Inoltre, in base a quali elementi  è possibile stabilire che il filmato è ” fasullo”?

 

Si io sono in possesso di quel filmato che è accessibile a tutti basta farne richiesta o andare in qualsiasi archivio storico. Il filmato è stato girato in occasione della scoperta del covo di Via Gradoli quindi presumibilmente tra il 18 e il 20 aprile 1978 e mostra l’interno del covo di via Gradoli ed è stato trasmesso durante un tg il conduttore credo di ricordare fosse Bruno Vespa. Non so se sia fasullo il filmato o le informazioni sul covo ma è certo che nel video il numero civico mostrato con tanto di campanello sul quale si legge il nome di Borghi è il numero 27 mentre è notorio che il civico dichiarato era il 96!!!


Un altro elemento del tutto nuovo che Lei ha scoperto è che tre  giornalisti del “Messaggero”, dell’”Avanti” e dell’”Unità” si recarono  a Gradoli, ma non scrissero nulla di questa vicenda. Si recarono a  Gradoli il 6 aprile 1978, o dopo? Come seppero che c’era “qualcosa” da  seguire a Gradoli? E chi erano esattamente questi giornalisti?

 

Secondo il vice sindaco di Gradoli i tre giornalisti si recarono al paesino  il giorno stesso della perquisizione e lui li incontro a casa sua, anzi per la verità loro erano già in casa quando lui rincasò dopo il lavoro.

 

Come seppero che c’era “qualcosa” da  seguire a Gradoli? E chi erano esattamente questi giornalisti?

 

A queste due domande sono costretto a soprassedere in quanto sono le stesse alle quali ho lasciato il compito ai giornalisti (erano davvero molti) presenti alla conferenza stampa di dare risposta, sto ancora aspettando che qualcuno di loro cominci seriamente a fare il suo mestiere.


Per chiudere, un’ultima domanda. Lei ha detto che “nel film si vede  chiaramente che via Gradoli aveva un legame con uno degli  ‘‘spiritisti””. Ci può dire qualche particolare in più su questo argomento?

 

Lo “spiritista” a cui mi riferisco è proprio l’Aquila di Scandiano, il quale per una deduzione a cui giunge l’avvocato Placanica  era probabilmente in rapporto con un noto avvocato di Roma (Claudio Palandri) il quale era amministratore della Gradoli Immobiliare che a sua volta era controllata dalla Fidrev società notoriamente di copertura dei servizi segreti italiani e dove al suo interno vi era come amministratore un altro avvocato Palandri guarda caso il Padre di Claudio Palandri. Ciò che è certo al 100% è che l’avv. Claudio Palandri fu nomitato dall’Aquila di Scandiano suo avvocato di fiducia e autenticò la firma di Romano Prodi nella querela fatta a due giornalisti ricordo il nome di uno di loro Sorti, di cui ho tutti i documenti di tutta la pratica processuale, che si conclude con una rapidissima rimessa della querela da parte dell’Aquila di Scandiano nei confronti di tutti gli imputati proprio quando l’avvocato Placanica decide di comunicare al giudice del processo che esiste anche questa circostanza di rapporto tra Prodi e Palandri a cui lui (Placanica) intende fare delle domande a Prodi.

 


 

[1] Moro: Intervista a Carlo Infanti, La Provincia, 15 maggio 2008

Era il 9 maggio del 1978, quando dopo 55 giorni di agonia si concludeva il caso Aldo Moro con il ritrovamento del suo cadavere nel vano posteriore di una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Michelangelo Caetani, a due passi dalla sede del Pci di via delle Botteghe Oscure e a poca distanza da quella Dc di piazza del Gesù (non a ‘metà strada’ tra le due, come si è spesso scritto). Cinquantacinque giorni che avrebbero cambiato per sempre la storia d’Italia, che ha visto nell’assassinio di Aldo Moro una delle pagine, più tristi, tetre e misteriose delle democrazie moderne. La settimana passata, 9 maggio 2008, ricorreva il trentesimo anniversario di quei fatti. Di recente, il regista Carlo Infanti ha presentato il primo film d’inchiesta che sia mai stato girato su questo caso. Basta leggere il titolo della pellicola ‘’Moro, La Verità Negata” per sentire di nuovo salire quel groppo alla gola di chi ha già visto come me il corpo esangue del presidente della Dc comparire con tutta la sua straziante eloquenza avvolto dalle coperte in quel maledetto cofano della Renault 4 delle Br. Noi del quotidiano La Provincia abbiamo intervistato il regista Carlo Infanti per andare nelle viscere della storia della Repubblica Italiana di quegli anni.

Trent’anni fa veniva rapito e ucciso Aldo Moro, presidente della Dc, già ministro degli Esteri e presidente del Consiglio. Infanti, il suo film è già stato selezionato al Festival del Cinema di Cannes, 2008, all’Internazionale Critics ‘ Week 2008 e al Quinzaine des Rèalisateurs 2008. Come nasce questa idea cinematografica?

«Per gioco. Tanti film e tanti libri sono stati pubblicati e prodotti su questa storia, ma come sempre la verità non è mai unica, univoca. Mai come in questo caso si può parlare di verità, anzi parafrasando il titolo del mio film ‘‘verità negate”.

La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, stava per presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia, l’auto che trasportava Moro, dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati, fu intercettata in via Mario Fani, Le Br in pochi secondi, fecero una carneficina degli uomini della scorta e sequestrarono il presidente. Cosa è successo in quei 55 giorni?

«Di tutto e di più. Anche quella sparatoria è decisamente andata in un altro modo, e nel film si capisce. Non è un documentario, né una narrazione: è un’inchiesta come mai è stata fatta sul più grande, controverso e oscuro delitto politico che la storia italiana ed europea del dopoguerra ricordi. Un delitto che trascina i suoi effetti sino ai giorni nostri e sul quale, non solo le indagini ma anche le inchieste successive sono state poco chiare. Voglio capire veramente perché nella primavera del 1978 Aldo Moro sia stato rapito per essere assassinato. Ho letto e trovato ‘‘verità negate” in oltre 70 faldoni di documenti. Sono tante le perplessità emerse. Per esempio la famosa seduta spiritica del 2 aprile 1978. Sei professori dell’università di Bologna, fra i quali Romano Prodi, fanno muovere un piattino su un foglio recante le lettere dell’alfabeto. In quella stanza ci sono anche Mario Baldassarri e Alberto Clò (ministro dell’Industria nel governo Dini e proprietario della casa di campagna nella quale si svolsero i fatti). L’ “entità” (come risulterà dai verbali erano gli spiriti di Don Sturzo e La Pira) avrebbe enunciato le seguenti parole: Viterbo, Bolsena e “Gradoli”. Quest’ultima in particolare era riconducibile alla prigione di Moro. Su segnalazione dall’aldilà quindi, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Ben 150 uomini delle forze dell’ordine misero ‘‘a ferro e fuoco” la cittadina. Risultato? Un buco nell’acqua. Solo dopo l’Italia saprà che Gradoli significava terzo piano della palazzina al numero 96 di via Gradoli, una stradina residenziale sulla via Cassia a Roma dove più che un covo delle Br c’era un arsenale con esplosivi, munizioni, armi, mappe, bandiere, piani, schede, radio e documenti autografi che certificano che quell’appartamento è stato utilizzato da Mario Moretti. Colui che fino al quel momento era ‘‘nessuno” diventa capo delle Br. Perché dubitarne? Dentro quella casa trovarono anche le divise dell’Alitalia, utilizzate in via Fani».

Molti italiani, pensano che la seduta spiritica sia stata una bufala. Anche lei si schiera tra questi scettici?

«Il fatto è che considerano il popolo italiano un popolo bue. Ho fatto questo film per il gusto e il diritto di vergognarci di noi e come prova offro tante verità nascoste. È bastato telefonare all’Arpa di Bologna e farsi mandare a casa le previsioni meteorologiche del giorno in cui venne fatto lo ‘‘spiritismo” per venire a sapere che non pioveva affatto e non era una giornata uggiosa come invece dichiarano i partecipanti».

Queste verità riscrivono la nostra storia. Cos’è stato raccontato agli italiani?

«Contattando il sindaco della giunta del 1978 sono venuto a sapere che questa perquisizione a Gradoli, non c’è mai stata. Per trent’anni il ministro dell’interno Francesco Cossiga e tanti altri illustri, come Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi, ribadiscono tutta questa faccenda anche in un libro che è uscito poco tempo fa. In via Gradoli a Roma c’erano gli appartamenti del Sisde, il servizio segreto voluto da Cossiga. Nel film si vede chiaramente che via Gradoli aveva un legame con uno degli ‘‘spiritisti”. Nessuno fece perquisizioni nel paese di Gradoli, sul lago di Bolsena, neppure vennero fatte delle ricerche. Il filmato della Rai, che mostra i carabinieri mentre fanno irruzione nelle case, è fasullo. Tre giornalisti (del Messaggero, dell’Avanti e dell’Unità con uno di essi che dirige ancora oggi un importante quotidiano) si recarono in quel posto. Non venne scritta neanche una parola su quella messa in scena». Proprio la settimana scorsa è stato trasmessa su Canale 5 la miniserie in due puntate su Moro interpretato da Michele Placido. Abbiamo visto il presidente vestire altri panni, quelli del nonno e del marito. Lei ha contattato i familiari in questo suo film?

«Maria Fida, primogenita dei quattro figli del leader democristiano e madre di Luca, il nipote piu’ volte citato nelle lettere di Moro partecipa in prima persona nella pellicola. Fida non sposa nessuna teoria su suo padre. Nel film ha deciso di girare le scene seduta nel baule di quella stessa macchina che tante volte ha mostrato al mondo interno la morte di suo padre, ricordando e raccontando all’Italia e all’umanità che il presidente era anche altro nella vita. Era stato un padre, un nonno e tante altre cose».

Che emozioni trasmette il film a chi ha vissuto quegli anni in prima persona ?

«Innanzitutto mi domando se ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di distribuire questo film in Italia. Una frase su tutte esprime secondo me quello che in realtà ha lasciato nel cuore degli italiani la morte di Aldo Moro. Sono le parole del Capo di Stato Maggiore Piero La Porta: “La mia generazione doveva difenderlo e invece e’ stata spettatrice del suo dramma quando non complice”. Detto da lui fa capire che quella generazione, evidentemente ha sbagliato qualcosa».

http://24horasnews.blogspot.com/2008/05/moro-intervista-carlo-infanti.html



4 Responses to “Intervista a Carlo Infanti”

  1. [...] vicenda, abbiamo interpellato il regista Carlo Infanti che cortesemente ci ha rilasciato un’intervista autorizzandoci alla pubblicazione sul [...]

  2. Chrysler 300F scrive:

    L’intervista a Carlo Infanti in nota [1] è del 15 maggio 2008
    Antonio Padellaro è stato direttore de L’Unità fino all’agosto 2008

    E il piattino indicò: «Gradoli». La vera o presunta seduta spiritica di Prodi per ritrovare Moro (1- continua)
    http://miguelgotor.italianieuropei.it/2008/10/e-il-piattino-indico-gradoli-d.html

    L’episodio fu reso di dominio pubblico il 17 ottobre 1978 grazie a un articolo del «Corriere della Sera» di Roberto Martinelli e Antonio Padellaro intitolato «Dov’è il leader Dc?»

  3. Chrysler 300F scrive:

    Scusate, mi son reso conto dell’errore subito dopo aver cliccato sul tasto invia.
    Qui si cerca il giornalista direttore che andò a Gradoli, non il giornalista direttore che svelò la storia della seduta spiritica…

  4. carlo infanti scrive:

    permettetemi di aggiungervi due dati che credo importanti,
    Io credo che la seduta non si tenne a Zappolino, 3 sono le ragioni che mi spingono a dire ciò:
    1 i partecipanti sostengono che “quel giorno a zappolino pioveva e quindi non potendo uscire
    a fare una passeggiata hanno deciso di fare una seduta spiritica” in realtà secondo i documenti in mio possesso quel giorno a zappolino non pioveva mentre a bologna si!

    2 in un articolo dell’ottobre del 1978 si dice che l’aquila di scandiano non partecipò subito alla seduta spiritica ma rimase seduto alla sua scrivania a consultare dei documenti. Dubito che L’aquila di scandiano si portasse la scrivania nella casa di campagna degli amici.

    3 in un ulteriore articolo si dichiara che la seduta avvenne a bologna alla presenza di Andreatta di cui prodi era l’uomo di fiducia.

    In fine vi pongo un possibile scenario a cui nessuno vuol credere ma che ha un suo perchè:
    immaginate che quel covo non fosse frequentato da Moretti e la Balzerani ma da uomini provenienti
    da un atro paese, voi sapete che in via gradoli ci andarono già 2 giorni dopo la strage di via fani, voi sapete che la signora Mokbel (che ho incontrato personalmente più volte) dichiara di sentire un ticchettio smile ad un alfabeto morse, a questo punto se io volessi nascondere l’esistenza di una mano straniera nel rapimento moro e volessi dimostrare che sono le br e solo le br le autrici del rapimento moro che farei?

    1 Riempirei quel covo di prove e materiale riconducibile alle br e al rapimento moro facendo sparire qualsiasi prova riconducibile ad altri, infatti il 18 aprile viene trovato nel covo di via gradoli praticamente un museo di reperti tutti legati alle br e al caso moro, persino i documenti di moretti.

    2 dopo aver sistemato il covo cerco di farlo scoprire, ecco lo stratagemma della seduta spiritica e l’informazione dei primi di aprile proveniente dalla cecoslovacchia che diceva “Gradoli Strasse” via gradoli (anche questo lo trovate nel mio film) fino all’allagamento realizzato di proposito, vi ricordo che quel covo fu scoperto dai vigili del fuoco e non dalle forze di polizia.

    a questo punto mi pare ovvio stabilire che le forze dell’ordine non volevano che si scoprisse quel covo, mentre le br hanno fatto di tutto perchè qualcuno finalmente lo scoprisse. Che cosa temevano di trovare in quel covo le forze dell’ordine e i servizi segreti? che cosa volevano che si trovasse le Brigate Rosse?

    ciao a tutti
    e complimenti anche a voi per le vostre scoperte.

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